Concorezzo, 17 novembre 2015

Dopo i recenti fatti di Parigi

voglio esprimervi il mio personale pensiero nato dalla riflessione, dalla tanta lettura e dalla preghiera. Questo foglio vuole essere uno spunto per la riflessione ed il confronto in un percorso comunitario di ricerca della Verità. Essa è sempre più grande e più affascinante di noi singoli. Pertanto questo urgente mio punto di vista è, come tale, la vista da un punto, ma desidera invitare tutta la comunità giovanile ad un serio approfondimento per divenire insieme luce per la Comunità tutta e per la città intera.

Atto terroristico

Quello che abbiamo subìto – e dico abbiamo perché è stata colpita l’intera Europa – è un atto terroristico: atto cioè deputato a seminare il terrore. Quindi non è un atto di propaganda o di protesta. Lo definiamo atto terroristico perché non ha nessuna idea da proporre, ma solo volontà di morte e devastazione volute per seminare il terrore nella gente comune. Sono stati colpiti con chirurgica precisione e folle determinazione cittadini inermi e luoghi di vita ordinaria: non obiettivi militari sensibili o pericolosi per la sopravvivenza di un’etnia.

Come si risponde ad un atto terroristico?

Per sconfiggere colui che vuole terrorizzarmi, la miglior difesa è: “non aver paura!”; così il suo principale scopo è fallito ed egli è già sconfitto. Ma è possibile non avere paura? La paura è un’emozione e come tale non è rinnegabile, ma è controllabile. Come si controlla la paura? Anche la psicologia ce lo insegna: con la ragione. Bisogna cioè ragionare, portare a ragione, muoversi lentamente, non lasciare le sicurezze di sempre e continuare a vivere come se l’oggetto della paura non fosse il tutto. Uno degli enunciati principe della psicologia dice che «la paura genera i suoi oggetti». Significa che se ho paura di qualcosa, vera o no, se non argino la paura, quel qualcosa si materializza, diviene reale. Quindi? Direi che sotto il profilo “clinico” la cura è continuare la vita di sempre. Treni, strade, metropolitane, aerei, folla... tutto come sempre! Come sempre, ma mai come prima! Ulteriore sconfitta del terrorismo è non solo non avere paura, ma la vera vendetta più chiara è porre dei fatti che propongano vie di stabilità, di sicurezza, di libertà, di convivenza, di pace, di futuro.

Come sta un cristiano davanti a questi fatti?

Il cristiano ha una chance in più per avere un giudizio profondo sulle cose: il Vangelo ci dà le somme indicazioni. Il Vangelo dice che in ogni sconvolgimento catastrofico il Signore è vicino. Questo significa che mentre succedono cose terrificanti la Verità non se ne va via! Resta accanto a noi. Sta a noi cercarla anche tra le macerie o tra i cadaveri. Questo paradosso dell’evento cristiano è la nostra speranza. Questo ci rende più umani, più perfettamente uomini. La prima cosa da fare è fermarsi a pensare la vita secondo la fede. La strada così si biforca: una è la strada del giudizio di pancia, emotivo, scomposto, animale; l’altra è la strada di un giudizio che ci renda più umani: così perfettamente uomini da assomigliare a Cristo (l’uomo perfetto).

Papa Francesco, con la sua innata semplicità, ha affermato che «non si spegne il fuoco col fuoco»; frase che fa eco all’evangelico: oltraggiato non rispondeva con oltraggi[1]. Pertanto sia chiaro: alzare in volo i bombardieri e i caccia, per noi è inammissibile! Cristo Gesù ci impone non solo genericamente di amare e nemmeno di amare gli amici, ma di amare i nostri nemici. Scandaloso invito ad una perfezione che costa la vita.

Ma lo Stato, le nostre difese, cosa devono fare?

Di sicuro gli stati non devono fare il gioco del nemico. Il nemico – quello vero – è nemico della nostra civiltà, che è civiltà di convivenza, di cultura, di libertà e di pace. Bombardare, uccidere non è né pacifico né civile. Oltretutto bombardare chi? Nove su dieci si bombarda popolazione inerme, riserve petrolifere, beni e servizi costati alla collettività. Si bombarda il benessere ed il futuro... Questo genera odio etnico: Oriente contro Occidente mascherato da guerra religiosa. Il gioco del nemico è proprio questo: mostrare l’Occidente come nemico. Gli Stati Uniti, la Russia ed ora la Francia ci sono dentro in pieno.

Ma è una guerra di religioni?

No. Assolutamente no. In questi giorni moltissime comunità islamiche (ed è forse la prima volta in Europa) si sono seriamente, pubblicamente, fortemente schierate contro il terrorismo che vuole proporsi come fondamentalismo religioso: #notinmyname. Oggi possiamo tranquillamente affermare che nel mondo islamico occidentale sta crescendo una molto più chiara coscienza contraria al terrorismo che si professa come fondamentalista. L’islam vissuto dai singoli cittadini europei ed americani è evidentemente contrario ad ogni forma di terrorismo. Non fu così davanti all’attentato contro le Twin Towers dell’11 settembre 2001. Attenzione però! Quando essi vedono che i “nostri” eserciti distruggono i loro paesi d’origine ove gli stessi terroristi devastano e uccidono i loro connazionali, cosa possono pensare di noi se non che siamo anche noi dei nemici della loro civiltà?!

Noi credenti in Cristo, noi cristiani, per primi non dobbiamo cadere nel pericolo di associare Islam a terrorismo. Le prime vittime del terrorismo sono le popolazioni di religione islamica. Noi dobbiamo mostrare loro che sentiamo il loro dolore, che appoggiamo le loro speranze, che accettiamo la loro fede e che nel messaggio cristiano c’è una speranza per loro[2]. La vera questione è che fino a venerdì scorso di quello che succede in Siria, o in Libia, o nel nord Africa o in altri paesi da cui si fugge non ce ne importava nulla. Questo non è cristiano!

Pertanto dopo questi fatti abbiamo l’occasione per stringere una maggiore fraternità con il “fratello in fuga”, con il perseguitato, con l’emarginato, con il martire. In tanti paesi come il Kenya anche i cristiani sono perseguitati e uccisi dai terroristi di matrice islamica: mutilazioni, decapitazioni, violenze carnali, devastazioni, incendi, rapimenti. Questo ci deve far sentire ancora più in fraternità con coloro che altrove e in altre fedi subiscono lo stesso massacro: non odio verso il nemico, ma fraternità con tutte le vittime. Proprio come Cristo che si è reso vittima tra i condannati per essere fratello e amico.

Meglio nessuna religione?

In questi giorni alcuni ripropongo vecchi slogan datati che associano i mali di questi e di altri giorni alle religioni. Alcuni cioè teorizzano che se le religioni non ci fossero non ci sarebbero le guerre. Per quanto stupida sia l’affermazione essa fa proprio il gioco del fondamentalismo: incrudisce gli animi e mette gli uni contro gli altri. Nessuna religione porta in sé una radice di male o di odio. Certamente come in tutte le cose umane è più facile usare tutto per il gusto del potere... ma questo non è religioso è animalesco!

Le religioni sono la speranza dell’umanità perché fanno cultura, storia, civiltà, pensiero, progresso. E quando non lo fanno non rispondono al loro mandato originario: amare Dio per amare l’uomo! Certamente ciascuna dovrà crescere e concorrere alla crescita dell’altra. Quando una fede si dichiara apertamente contro un’altra non fa il bene di nessuno, nemmeno di sè. Gesù stesso avrebbe preferito la conversione dell’ebraismo e non la nascita del cristianesimo! E’ stato solo quando l’ebraismo si è dichiarato inconciliabile con il cristianesimo nascente che le due strade si sono divise. Ma non per non unirsi mai più! Il nostro cammino obbligatorio è verso l’unità e l’unica Verità. Idem dicasi per l’Islam: se per secoli ci siamo massacrati, è giunto il momento – ed è questo – di trovare insieme la Verità ed essa scritta nell’uomo, nella sua origine e nel suo destino divini, perché Cristo vero Dio si è fatto uomo! E’ dal cristianesimo che proviene l’intuizione fondamentale più promettente per tutte le religioni: la Verità avvolge tutto e l’uomo può accedervi perché essa si è fatta carne nell’uomo.

Dobbiamo rifuggire con forza ogni posizione che propone uno scontro tra Islam e Cristianesimo. Dobbiamo chiudere la bocca a coloro che vogliono proporci odio o diffidenza nei confronti dell’Islam; anche questo è terrorismo. Gli autori di simili teorie anche all’interno del cristianesimo che gridano sui media, sono dei pazzi che ci porterebbero al macello! Al massacro! Alla negazione stessa di Dio. Odiare l’uomo in nome di Dio è bestemmia!

Dobbiamo rifuggire ogni forma di derisione. La religione dell’altro è intrinsecamente un ambito sacro che chiede di essere rispettato e mai violato. La battuta, lo scherzo o peggio la satira su argomenti religiosi generano divisioni incolmabili, generano odio e risentimento, creano alibi perché qualcuno si senta in diritto di armare la propria mano per difendersi e vendicarsi. La religione dell’altro è l’altro stesso perché l’uomo religioso è la sua stessa religione. Scherzare, deridere o banalizzare la religione dell’altro non è sintomo di intelligenza, e chi è laico, lo sia veramente cominciando a rispettare. Anche la satira è una guerra. Il sarcasmo a sfondo religioso ferisce più di uno schiaffo. I cristiani mentre chiedono rispetto per il loro credo diano per primi sommo rispetto alla religione dell’altro e più ancora cerchino un serio dialogo di conoscenza. L’uomo religioso va sempre rispettato perché è un uomo che cerca Dio.

Nel nostro quotidiano?

Mi pare proprio che la posizione migliore sia quella di Cristo che cammina per le strade dove si svolge la vita degli uomini: significa non rinchiudersi in sacrestia come se ci fosse un sacro che ci difende dalla realtà. Significa accettare l’Islam innanzitutto come realtà buona e promettente. Se già si ha un atteggiamento diffidente le difese sono già alzate e dal difendersi all’offendere il passo è breve. Quindi ad esempio significa conoscere l’Islam, cercare di capirlo innanzitutto e più di tutto attraverso le persone che lo praticano. Questo non è svendere il cristianesimo, ma praticarlo nelle sue opere di misericordia alle quali il prossimo giubileo ci richiama. Senza banalizzare: non basta dire che il burka non mi piace! Anche a me non piace come andavano vestite certe suore dell’Ottocento! Bisogna incontrare non il burka, ma la persona che c’è lì sotto! la sua storia, la sua tradizione. Significa incontrare la compagna di scuola che porta il velo, l’amico che fa il ramadan, il bambino che non mangia il salame. Solo incontrando la persona – incarnandosi! – potremo dire di essere cristiani e non semplici aderenti ad una setta che fa questo e non quello.

Concludendo

Oggi e ribadisco mai come oggi, tutto questo è possibile. Abbiamo adeguati strumenti comunicativi, adeguati modelli di pensiero, c’è anche una parte del mondo laico che si muove nella stessa direzione, abbiamo incoraggianti segnali di riflessione.

Noi non abbiamo nessun crocifisso da difendere: noi abbiamo un uomo da salvare. Noi non siamo adoratori di statue, ma pescatori di uomini.

Se la croce che porto al collo mi fa incontrare ogni uomo amico o nemico che sia, come fratello da salvare, allora quella croce sarà la mia salvezza; ma se quella croce è il segno di un confine oltre il quale c’è il mio nemico da uccidere, allora quella croce sarà la mia stessa condanna.

 



[1] 1Pietro 2,11-3,12

[2] Si noti che spesso i musulmani religiosi non conoscono la nostra fede cristiana e compiono la nostra stessa approssimazione: associano occidente a cristianesimo, proprio come noi associamo arabo a Islam.