Quanto spesso insegniamo ai nostri figli che per riuscire nella vita devono essere forti, decisi, audaci, impavidi, astuti, scaltri! "Ora sei grande, basta piangere!", "Sei un ometto ormai non devi avere paura!, "Sii forte!"... tutti imperativi che ci raggiungono fin dalla nostra infanzia e che noi maldestramente ripetiamo ai nostri figli.
Non c'è film o eroe leggendario che non incarni l'idea vincente dalla forza... fosse anche la virtù eroica del santo! Cristo Gesù - il Santo dei Santi - però, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce (nota: Fil 2). Se Cristo ci ha dato un esempio è perché noi ne seguiamo le orme; tali impronte sono impresse sul monte Calvario, macchiate di sangue e sudore; queste gocce sono coagulate per sempre sul suolo del Getzemani, sul pavimento del pretorio sotto la sferza del soldato, sul ferro dei chiodi, sul legno della croce, sulla lucentezza della lancia, sul sudario del morto.
La Quaresima che stiamo attraversando ci conduce a deporre la nostra forza, a guardare alla nostra fragilità, ad abbracciare la nostra umanità. Quanti sono i dolori del mondo! Quanto è ferita la nostra umanità! Se la prima nostra chiamata è la chiamata alla vita, alla vitalità, alla vivacità, la seconda chiamata è a deporre la forza per accogliere la debolezza come condizione di una vittoria altra, diversa, definitiva.
Il paradosso della teologia è la Croce stessa: Dio ci libera dall'angoscia della morte - estremo stato di povertà e debolezza - facendosi Lui stesso debole, solcando Lui stesso - l'Essere per eccellenza - la pallida linea dell'antica ferita della paura del non essere.
Ecco, qui è come un sentiero disteso tra l'ultima cena e la Pasqua; la tradizione la chiama "via Crucis", la via della Croce. Dentro la livida liturgia di quaresima, nell'ascoltare il testo, non possiamo più pensarlo come se fosse un Dio che è stato fuori dalla mischia; che non s'è compromesso con la storia, inavvicinabile... Quando con gli occhi bagnati lo preghi nella notte dell'anima, trovi un Dio che è passato attraverso la debolezza della Croce, lo scacco della morte e l'impietoso giudizio di chi l'ha messo a margine. Non è restato là appartato; Dio s'è sporcato le mani!
Ma sorge anche dal profondo l'estremo sospetto. Se lo penso onnipotente, mi dà sicurezza; ma se anche Lui si è rivestito di fragilità, si è sottomesso alla storia, si è arreso alla violenza e alla morte, ci sarà ancora spazio per sentirmi al sicuro? Leggendo sul volto di Dio i segni della piccolezza, della debolezza, della fragilità, dello scacco, della morte e della croce, posso ancora tenermi la certezza di essere da lui custodito, raccolto, sollevato? Se è debole come me, come può salvarmi?
Quanto spesso ci domandiamo perché Dio non fa nulla, perché tace, perché permette! In bilico tra fede e bestemmia restiamo rabbiosi e impotenti davanti all'impotenza di Dio.
Ma proviamo a fare una semplice considerazione. Quando siamo feriti, da chi preferiamo andare? Da un uomo forte e valoroso che ci dica come mai ci accade questo e ci indichi il rimedio? Oppure non preferiamo forse andare a farci abbracciare da qualcuno che dice "conosco la tua condizione, comprendo il tuo dolore, l'ho vissuto e ti capisco"?! Quando un bambino cade e si sbuccia un ginocchio, non invoca un medico, ma la sua mamma! Il bacio della mamma vale più della cura. Quando un malato è al termine non vuole un ospedale, ma la sua famiglia.
In verità, al cuore della mia debolezza, posso apprezzare il dono della presenza dell’altro e offrirgli la mia umiliata condizione. Non sarà cioè la forza a salarci, a darci sapore; ma la debolezza condivisa, consegnata.
Ecco la forza della Quaresima: elogio della debolezza come via di guarigione! Da qui il digiuno, l'astinenza, la penitenza, il silenzio e il deserto: toccare il livido doloroso della propria finitudine per incontrare il Dio dell'infinito.
Il Padre non ci aspetta nell'empireo cielo della gloria, ma nel buio della notte oscura della fede, nel Getzemani della paura, nell'abbandono di Dio, nel grido di dolore che come una spada trapassa l'anima dell'umanità. Allora - solo allora - accettando la debolezza come condizione della rivelazione piena della onnipotenza di Dio, Cristo ci prende per mano e ci trascina nella risurrezione. La notte pasquale della risurrezione passa attraverso la notte dell'angoscia, la notte dell'agonia e la notte della tomba. Lo Spirito di Cristo che abita in noi, nella notte della paura, leva alto il suo grido. Questo è l'apice della preghiera!
Deponiamo allora il soldato impavido, il rigoroso esecutore, il preciso analista, il giudice impietoso. Cristo non ha incarnato niente di simile. Lo abbiamo visto stanco, affaticato, scosso, commosso, assetato... Rivestiamoci allora degli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù.
Buon cammino

(*)Nota a piè di pagina: per meditare con questo testo è utile rileggersi nella preghiera l'inno di Filippesi 2.