«Giovani di belle speranze, è pronto!», gridava dalla cucina la mia nonna chiamandoci a pranzo; ...e chi si scorda le cotolette impanate della nonna preparate con il gusto di chi voleva lanciarci verso il futuro con stima ed entusiasmo; una nonna tra le tante nonne che hanno il gusto entusiasmante per la vita. Noi nipoti non sapevamo molto del futuro, ma sicuramente quelle cotolette o quei risottini alla milanese ci facevano sentire che c’era speranza per noi, che avevamo davanti mille buone possibilità. Ma non era solo per noi quell’entusiasmo, lei lo profondeva anche ai nostri amici o ai nostri compagni di classe. A noi piaceva andare dalla nonna perché era sempre positiva e amava scherzare: forse era proprio il modo con cui lei guardava il mondo! Proprio lei che di fatiche ne aveva fatte tante: nata povera, con un’infanzia segnata dalla prima guerra mondiale, la giovinezza devastata dagli orrori dei bombardamenti della Seconda, le fatiche del lavoro in fabbrica, la perdita di un figlio e tante traversie tra cui un tumore al seno, amici persi e tutte le questioni fragili della vita che non risparmiano nessuno.

A volte incontro nonni, genitori ed educatori profondamente scoraggiati dagli insuccessi educativi e spesso lo sono anch’io. Ci sono infatti fenomeni che fanno pensare: ragazzi sfiduciati e depressi, oppure giovani schiavi di dipendenze nocive, dall’alcool, dalle droghe, dalle notti folli, dall’erotismo. Ma quello che più spaventa è il nichilismo. Che cos’è il nichilismo? E’ la scelta del nulla: nulla per cui valga la pena vivere o morire, combattere e lavorare, sperare e soffrire. Di qui l’insaziabilità del desiderio e la ricerca di evasioni sempre più smodate, la mancanza di senso spirituale, l’analfabetismo religioso ed emotivo. E non dico nulla sulle ricadute dell’uso dei personal media e dei social network, che più della strada o dei giardinetti cittadini sono diventati luoghi dove i giovani cercano di incontrarsi e stabilire relazioni. Così come non lo apro sul bullismo scolastico o sulla violenza gratuita.

«Non temete! Tutte queste difficoltà – scrive Benedetto XVI nella “Lettera alla Diocesi e alla Città di Roma sul compito urgente dell’educazione” del 21 gennaio 2008 – infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l'accompagna. A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell'ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell'uomo è sempre nuova, e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale».

L’ultima frase mi mette in questione personalmente: come offrire questi grandi valori? Come consegnare la nostra saggezza di adulti? In una battuta dico: non è questione di metodo, ma di sguardo! O meglio: il vero metodo, l’unico metodo è lo sguardo: guardare ai giovani con fiducia, con piena fiducia! Mi verrebbe da inventare uno “sguardo maieutico” – parafrasando un maestro ben più grande di me – cioè capace di estrarre dal giovane il suo io più grande, più vero, più bello. Questo “sguardo maieutico” non è incantato o falsamente irenico, ma è lo sguardo paterno e misericordioso che io sento su di me. E’ lo sguardo che mi ha fatto e mi fa crescere, è la potenza della stima del Padre per me. Egli tutto conosce di me: le mie dipendenze, i miei limiti, le mie miserie, le mie lentezze, ma non smette di guardarmi così, di penetrarmi l’anima e colpirmi al cuore chiedendomi di rinunciare a questi limiti per essere veramente me stesso: quel me stesso che Egli benignamente e meravigliosamente ha generato dal nulla ritraendosi da me e lasciandomi libero.

Certo nella nostra città abbiamo anche moltissimi incoraggianti testimonianze di giovani splendidi che stanno costruendosi una vita bella, onesta, ordinata. Ma non è questo che ci dà speranza. La questione non è ciò che dà speranza a noi, ma che speranza diamo noi a loro. Ecco perché è bene avere lo sguardo giusto, abbandonando la fretta del giudizio sull’immediato e avendo sempre un impeto di speranza per loro e su di loro. La Speranza, terza sorella tra le virtù dopo la Fede e la Carità, non si alimenta da sola, ma si nutre del sangue stesso di Dio, della sua essenza. Dio crea perché spera! E’ la speranza che crea, che genera, che dà la vita.

Oggi il mondo con la sua velocità è pronto per i giovani. Forse il nostro Paese lo è meno, forse la nostra Europa è un po’ contratta o forse la nostra Città deve scuotersi un po’ ...e la Chiesa? Ma queste domande non hanno risposta: la questione vera, essenziale è se io sono disposto a cambiare sguardo: ad avere speranza, ad avere la fede, ad usare carità. Allora un giovane saprà non solo di essere erede di problemi e guai, ma di avere la nostra stima verso tutte quelle istanze che a tratti lo afferrano: la pace, la libertà, la giustizia, la comunione e la partecipazione, la promozione della donna, la solidarietà, lo sviluppo, le urgenze ecologiche; allora egli si sentirà attore di un mondo possibile. Possibile perché noi lo crediamo tale, perché noi abbiamo speranza... allora come la mia nonna grideremo: «Giovani di belle speranze, è pronto! Il mondo è pronto per voi».