Grazia e ministero sacerdotale

Essere prete in una grande città è senza dubbio una esperienza che cambia la vita! Non ti è possibile infatti adagiarti sul già noto o riposarti sulla tradizione; sei continuamente chiamato e sognare, pensare, progettare, proporre, curare, custodire…

Come tutte le chiamate del Signore, questo forma; quotidianamente trasforma. Sono prete da due anni e sto imparando tutto. Sì, perché una cosa è diventare prete in forza dell'ordinazione, altro è diventarlo giorno dopo giorno in forza dello Spirito! È una esperienza unica. Dico sinceramente che essere prete è una forma insostituibile e bella di essere uomo in pienezza.

Lo scorso gennaio, in seguito ad un grave incidente di moto, sono stato costretto a due mesi di ospedale ed un altro mese di convalescenza. Ora che ne sono quasi uscito del tutto, comincio a raccogliere nella fede il significato spirituale di questo momento così improbabile. La sensazione più forte è stata quella della fragilità della vita e, dal punto di vista pastorale, quella della debolezza.

Credo che fino a quel momento la morte non rappresentasse per me un fatto reale, ma solo una possibilità remota. Tante volte la morte mi era passata acconto, ma era sempre la morte degli altri: i nonni, qualche amico, un caro zio… mai la 'mia' morte. Solo ora, mi sembra di poter dire con coscienza chiara che la nostra vita è realmente fragile.

Nella storia della spiritualità cristiana la morte e la sofferenza ha sempre avuto grande parte nella riflessione circa il valore della vita. La nostra cultura invece rimuove il fatto della sofferenza e della morte relegando entrambi nell'ambito angusto delle limitazioni della vita: la sofferenza come luogo della spasimante attesa di una nuova salute cercata attraverso una confusa fuga che attraversa imprese ciclopiche e spasmodiche tra ospedali, farmaci, professori, esami e periti; la morte come fine accidentale della vita, il punto di termine: la morte come la più grave delle malattie.

Chiacchierare con i malati lungo le corsie mi ha convinto che questa ottica porta alla disumanizzazione e alla disperazione.

Ho fatto esperienza della debolezza e della fragilità umana, ma il Signore mi ha fatto dono delle possibilità che proprio attraverso debolezza e fragilità si schiudono alla vita. Siamo troppo immersi nel mito del corpo assoluto per comprendere al di fuori della fede la fragilità. Solo la fede infatti apre l'orizzonte di una umanità piena anche in una corporeità compromessa: Gesù crocifisso è principio e fondamento della antropologia del corpo spezzato quale luogo assoluto della Grazia.

E di Grazia io voglio scrivere perché proprio nel periodo in cui di più sono stato separato dalla parrocchia ed in particolare dall'Oratorio, tutti abbiamo colto la grazia: non era nel mio attivismo, non nelle mie capacità, né tantomeno nella precisione della nostra sinergia di date ed appuntamenti che si fondavano gli esiti pastorali spesso faticosi a vedersi; nella frammentarietà di quei giorni ci siamo sentiti uniti, amati e custoditi tutti dal Signore: grande l'affetto dei bambini (ansiosi che tornassi), realmente efficace la presa di responsabilità dei singoli, assidua la preghiera reciproca…
"Quando sono debole è allora che sono forte" scrive l'apostolo e il suo successore Giovanni Paolo II, nella sua canizie sofferente ne è fulgido esempio vivente.