Ripubblico qui questo articolo da https://www.festivaldelmedioevo.it/portal/il-celibato-dei-preti/ , che se pure un po’ tendenzioso è interessante e sufficientemente preciso. L’autore, Arnaldo Casali è nato a Terni il 23 febbraio 1975; laureato in Storia medievale è giornalista di professione e collabora con diverse testate giornalistiche. Lavora per il “Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia” il cui attuale preside è mons. Pierangelo Sequeri, e per l’“Istituto di Studi Teologici e Storico-Sociali di Terni”. Collabora con il Festival del Medioevo di Gubbio ed è direttore del Terni Film Festival. Ha scritto, tra gli altri, i libri Valentino. Il segreto del Santo innamorato (Dalia, 2014) e Sulle tracce di Valentino (Bct, 2019). Nessuno si faccia voli mentali sul mio personale pensiero riguardo il tema trattato. Leggere, riflettere e organizzare il sapere serve ad approfondire e conoscere; attività questa spesso ignota a chi parla a vanvera.

[ndr. I titoli delle sezioni sono miei]

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Premessa

Non sta né in cielo né in terra che i preti non si possano sposare. A trasformare il reverendo nello scapolo per eccellenza, una creatura asessuata o comunque repressa secondo l’immaginario popolare, non sono state ragioni teologiche e nemmeno una prassi consolidata.

Quella dimensione di solitudine affettiva che oggi sembra parte integrante dell’identità stessa del sacerdote, infatti, segna meno della metà della storia del cristianesimo e riguarda solo ed esclusivamente i preti cattolici di rito latino. Peraltro, con qualche eccezione.

Mentre la rinuncia ad una vita sessuale come scelta ascetica si ritrova in ogni forma di spiritualità, il celibato dei ministri del culto non esiste nelle altre religioni (sono sposati, per esempio, sia gli imam musulmani che i rabbini ebrei), né nelle chiese cristiane ortodosse e protestanti, ma anche nella stessa Chiesa Cattolica, per più di mille anni, tanto i preti quanto i vescovi potevano avere moglie.

Il celibato ecclesiastico è una “invenzione” squisitamente medievale, tanto che oggi, se papa Francesco sembra escludere un radicale cambiamento di rotta, tutte le più autorevoli voci del cattolicesimo – dal Segretario di Stato Pietro Parolin al direttore di Famiglia Cristiana Antonio Sciortino – non fanno che ripetere che il celibato “non è un dogma” e che come è stato introdotto può essere abolito in qualsiasi momento dal Papa o da un Concilio.

Celibato, voti, peccato e castità: chiarimenti

D’altra parte, al di là delle letture spirituali che in seguito gli sono state affidate, la proibizione per i preti di avere una famiglia è stata dettata da motivi esclusivamente pratici, che nulla hanno a che fare con la teologia; e nemmeno con la castità: va chiarito subito, infatti, che i preti non fanno e non hanno mai fatto voto di castità, così come non fanno quelli di povertà e obbedienza. I voti caratterizzano solo gli appartenenti a famiglie religiose, ovvero monaci e frati, che scelgono di consacrare completamente a Dio la propria vita, rinunciando quindi non solo a costruire una famiglia e a vivere la sessualità in modo attivo, ma anche ad avere proprietà e a disporre della propria esistenza.

La vocazione del prete, invece, più che una consacrazione è un servizio, un “lavoro” all’interno della Chiesa che non richiede la rinuncia a vivere la propria vita come meglio crede (casa, beni di proprietà, vacanze, libertà di azione) fatta eccezione per una moglie e dei figli legittimi. I motivi, come si diceva, sono di carattere pratico: scongiurare eredi che potrebbero rivendicare diritti su beni ecclesiastici e famiglie che renderebbero più complicata la gestione di un prete, sia per quanto riguarda missioni e trasferimenti, sia per quanto riguarda l’aspetto economico (mantenere una famiglia costerebbe di più e costringerebbe il prete a cercare anche un altro lavoro o la Chiesa a spendere di più per mantenerlo).

Tra il voto di castità dei monaci e dei frati e la “promessa di celibato” dei preti c’è però un’enorme differenza: il primo è una libera scelta costitutiva della dimensione religiosa a cui si ambisce, la seconda è una regola imposta e a volte non condivisa. Va da sé che – sotto il profilo morale – un frate che fa sesso viene meno alla sua stessa vocazione, mentre un prete pecca né più e né meno di qualsiasi coppia cattolica che abbia rapporti al di fuori del matrimonio.

Ora, in un mondo in cui la sessualità era appannaggio esclusivo della vita matrimoniale, era abbastanza naturale che un prete se ne sentisse escluso, mentre in una società totalmente erotizzata come quella contemporanea, in cui la verginità meraviglia più dell’adulterio e la gran parte del sesso si pratica al di fuori del vincolo matrimoniale, solo l’ipocrisia o un’estrema ingenuità possono destare scandalo di fronte al fatto che la castità, ormai quasi “proibita” ai laici, sia così poco diffusa anche tra i preti.

Ma andiamo con ordine.

Parte storica

La religione cristiana, come è noto, è “figlia” di quella ebraica, nella quale i sacerdoti erano regolarmente sposati, anche se prima di esercitare il culto dovevano astenersi dai rapporti sessuali; una prescrizione che non aveva nulla di moralistico e niente a che vedere con la visione peccaminosa che il cristianesimo svilupperà della sessualità; semplicemente, l’atto sessuale comporta un grande dispendio di energia fisica e spirituale che il sacerdote doveva preservare per il momento solenne del sacrificio.

Tra gli ebrei il celibato era praticato, invece, dai monaci esseni e ad esso accenna anche Gesù quando parla degli “eunuchi per il regno dei cieli”. Che lui stesso non fosse sposato viene dato per certo: Gesù, però, non era un sacerdote, ma un laico. Erano sposati, invece, i suoi discepoli: sicuramente Pietro, visto che uno dei primi miracoli di Gesù è la guarigione della suocera (e secondo una celebre barzelletta da preti, proprio per questo Pietro l’avrebbe rinnegato!).

Ad ogni modo Gesù non si esprime mai né a favore del matrimonio né a favore del celibato: impegnato ad abbattere qualsiasi schema formale, tende a relativizzare i legami familiari sottolineando la priorità che deve essere assegnata allo spirito e alla rivoluzione evangelica.

Ad ogni modo, esattamente come l’Apostolo che viene considerato il primo papa, nella Chiesa delle origini erano sposati tutti i preti e i vescovi.

San Paolo, invece, non aveva moglie: non ci sono certezze sul perché, ma molto probabilmente aveva divorziato. Considerando che si è convertito al cristianesimo intorno ai 30 anni, che non aveva frequentato gli esseni, che gli ebrei si sposavano intorno ai 18 anni, che Paolo aveva studiato per diventare rabbino e che per diventare rabbini bisognava essere sposati, è alquanto probabile che la moglie l’avesse ripudiata, anche se non ne conosciamo i tempi né le circostanze. Un matrimonio fallito alle spalle giustificherebbe, peraltro, anche l’opinione non troppo nobile che l’Apostolo delle genti sembra avere del sesso e del matrimonio (“è meglio sposarsi che ardere” dice nella prima lettera ai Corinzi). Quello che sostiene nella lettera a Tito è comunque che il vescovo debba essere “marito di una sola moglie”.

Anche Tertulliano (che al contrario era sposato e a sua moglie ha dedicato anche un libro) un secolo e mezzo dopo sosterrà l’idea dell’unicità del matrimonio: il prete e il vescovo se sono sposati non possono divorziare e se rimangono vedovi non possono risposarsi.

Sulla scia di Paolo, anche altri padri della chiesa come Ambrogio, Girolamo e Agostino, segnati forse da esperienze personali negative (Agostino aveva avuto una vita dissoluta e un figlio illegittimo) dimostreranno una certa diffidenza nei confronti del matrimonio e una preferenza per la vita ascetica.

Tuttavia non solo i preti ma anche i vescovi restano sposati; una singolare testimonianza è quella dell’epigrafe funeraria di una “venerabile donna vescovessa” ritrovata nel cimitero sotto la basilica di San Valentino in Terni: potrebbe trattarsi della moglie proprio di san Valentino, vescovo di Terni e patrono degli innamorati.

Seguendo l’influsso ebraico, tuttavia, i sacerdoti della prima Chiesa cristiana si astengono dai rapporti sessuali nella notte che precede la celebrazione della messa. Cosa che, all’inizio, avviene solo la domenica: quando si comincia a celebrare la messa tutti i giorni, però, le cose si complicano.

Nel frattempo, anche per prendere le distanze dalla promiscuità diffusa nel mondo pagano, i cristiani diventano sempre più rigoristi in materia sessuale e il Concilio di Elvira in Spagna nell’anno 300 chiede di rinunciare ai rapporti sessuali dopo l’ordinazione sacra. “È stato deciso – recita il canone 33 – di prescrivere in modo assoluto ai vescovi, ai presbiteri, ai diaconi e a tutti i chierici ordinati al sacro ministero, di astenersi dalle loro mogli e di non generare figli; chiunque lo abbia fatto sia escluso dall’onore dello stato clericale”. Insomma possono ricevere l’Ordine Sacro uomini sposati, ma dopo averlo ricevuto dovrebbero vivere in assoluta continenza, pur continuando a convivere con le mogli. Una disposizione decisamente difficile da rispettare e tanto più da controllare; d’altra parte che il provvedimento abbia avuto scarsa attuazione lo dimostrano i successivi tentativi di farlo rispettare, effettuati dal Concilio Romano del 386 e in altri sinodi e lettere di papi.

Anche nei secoli successivi le prescrizioni continuano ad essere amabilmente ignorate e tra i “bambini non autorizzati” nati da preti e vescovi figurano persino papi e santi importanti: San Gregorio Nazianzeno patriarca di Costantinopoli, per esempio, era figlio di un vescovo; san Patrizio figlio di un diacono e nipote di un prete e Teodoro, papa dal 642 al 649, era figlio del vescovo di Gerusalemme. Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, proveniva addirittura da un’intera dinastia di pontefici, mentre Ormisda, papa dal 514 al 523 e venerato come santo, aveva un figlio, anch’esso santo – Silverio – diventato a sua volta papa nel 537.

Per porre rimedio al fenomeno, intorno al 500 si ritiene più semplice e sicuro riservare l’ordinazione sacerdotale a uomini celibi, con l’obbligo che tali rimangano. Di fatto però, si tratta di una regola instabile e per tutto il Medioevo moltissimi uomini di chiesa continuano a sposarsi e a fare figli, tanto che quello del celibato dei sacerdoti diventerà uno dei cardini della Riforma dell’XI secolo.

La moralizzazione delle strutture della Chiesa avviata nel 1049 da papa Leone IX prevede infatti anche una dura lotta contro quello che viene definito il “concubinaggio” dei preti. Anche il successore Vittore III, con l’aiuto di Ildebrando di Soana, si impegna a fondo per debellare il fenomeno considerato ormai una delle principali piaghe del clero e papa Niccolò II, fatto eleggere da Ildebrando nel 1058, proibisce ancora una volta ai preti di prendere moglie e intima a chi ce l’ha di abbandonarla, pena il decadimento.

Nel frattempo si consuma la rottura con la Chiesa Ortodossa, dove la questione del celibato ecclesiastico viene risolta in modo completamente diverso. Ancora oggi gli Ortodossi continuano infatti ad ordinare preti solo uomini sposati, mentre i vescovi vengono scelti esclusivamente tra i monaci: in Oriente abbiamo quindi un clero sposato e una gerarchia celibe, con una netta differenza tra preti e monaci.

In occidente accade esattamente il contrario: nel corso del Medioevo si accresce sempre di più la tendenza a clericarizzare i monaci e i frati (ordinandoli quasi tutti preti e affidandogli parrocchie) e a “monasticizzare” i preti. Di fatto, nella Chiesa Cattolica medievale guidata da molti papi monaci, il prete secolare viene trasformato quasi in una sorta di “brutta copia” del frate e diventerà sempre più difficile, per il comune fedele, distinguere il sacerdote “laico” dall’appartenente a una famiglia religiosa.

Quando poi la Riforma protestante reintroduce il matrimonio per i preti luterani e anglicani (le altre chiese riformate come i valdesi aboliscono la figura stessa del prete, facendo del pastore un laico a tutti gli effetti), la Controriforma si irrigidisce ancora di più sotto il profilo giuridico e teologico: il Concilio di Trento fissa così definitivamente l’obbligo del celibato per i preti e istituisce il Seminario in modo da poterli “allevare” sin da bambini crescendoli al riparo dalle tentazioni, mentre i diaconi continuano a essere sposati, ma assumono un ruolo sempre più marginale fino a trasformarsi in una sorta di sacrestani.

Nell’oggi

Di fatto oggi i vescovi vengono scelti solo tra i preti e il diaconato è diventata per lo più un’ordinazione propedeutica a quella sacerdotale (tanto che i diaconi sposati vengono detti “permanenti” perché non potranno mai diventare preti); teoricamente il Papa può essere invece scelto tra qualsiasi cristiano battezzato, anche laico, ma è una cosa che non è mai accaduta finora. Al contrario, quello che è sempre accaduto e continua ad accadere sempre più spesso, è il fenomeno di preti che si innamorano e vogliono sposarsi, ottenendo la dispensa dal Papa: in gergo si usa il termine “spretato” che è però teologicamente sbagliato perché un sacramento non può in alcun modo essere rimosso: il prete, quindi, è prete per sempre: quando si sposa riceve il divieto di amministrare i sacramenti: sacramenti che però, anche se amministrati “illegalmente” [ndr. illecitamente] restano comunque validi.

Se il prete “spretato” assume dunque una forma di sacerdozio “congelato” sotto il profilo disciplinare, esistono preti cattolici sposati che celebrano regolarmente la messa: sono quelli provenienti dal mondo ortodosso e protestante [ndr. e tutti i preti cattolici di rito orientale].

Nella chiesa orientale, infatti, oltre agli ortodossi esistono anche i cosiddetti “cattolici di rito greco”, ovvero cristiani che seguono la liturgia e le prassi della Chiesa ortodossa pur riconoscendo l’autorità del Papa. Questi preti, anche se cattolici, possono essere sposati. Un altro caso è quello degli ex protestanti: sin dal 1956 Pio XII ha permesso l’ordinazione di preti anglicani sposati che si convertono al cattolicesimo, senza chiedere loro di lasciare la moglie.

Conclusioni

Non sta in terra, quindi, il celibato dei preti, perché a dispetto della percezione popolare rappresenta un’eccezione nella storia e nella geografia tutt’altro che immutabile e consolidata; e non sta in cielo, perché le ragioni sono di carattere esclusivamente economico e organizzativo: niente di teologico, niente di spirituale, niente di pastorale, anche se oggi si cerca di giustificare a posteriori questo divieto con ragioni più alte e nobili di quella che – semplicemente – punta ad offrire meno distrazioni e responsabilità ad un uomo che deve dedicarsi anima e corpo a un servizio religioso. E non saranno certo ragioni teologiche ma, ancora una volta, squisitamente pratiche (far fronte alla drammatica mancanza di preti) che porteranno la Chiesa, prima o poi, ad abolire il divieto.

 

ndr.: la data di redazione dell'articolo non è nota.