da L'Eco di Bergamo, editoriale di giovedì 8 ottobre 2015

 

 

Quando ero in Seminario, vicino al momento dell’ordinazione diaconale e presbiterale, sono stato mandato al mese ignaziano, un mese di preghiera e di silenzio vissuto secondo il metodo di Sant’Ignazio di Loyola. Durante quelle settimane una delle cose che mi domandavo seriamente era se fossi in grado di essere prete fino in fondo. Certo, la questione a cui allora ero chiamato a rispondere, era se potevo vivere il celibato.

 

Anche a questa domanda non sapevo dare una risposta definitiva, perché ero consapevole che era pur sempre una risposta data da un uomo, mediocre, avverso a spiegazioni eccessivamente devozionali. Sin da allora sapevo che il celibato è un carisma, un dono dello Spirito, al quale tuttavia per diventare la storia di un uomo, occorreva la mia risposta. Sapete? È terribile la solitudine. Tu vai alla cena organizzata dagli amici dell’oratorio del tuo paese di origine, a casa delle famiglie della parrocchia, assisti alla bellezza del nascere dell’amore tra due ragazzi… E alla sera torni a casa e sei solo. Ed è una solitudine endemica che non guarisce, anche quando sei al centro dell’attenzione di molti che ti vogliono bene e ti ascoltano. Del tipo «Ma tu che fai? Ancora non mi hai dato altri viventi della tua specie! Svegliati!». In realtà era la tenerezza di un bimbo che ti chiama «papi» che mi mancava, l’apprensione nel vederlo diventare grande, la responsabilità di accompagnarlo nelle sue scelte. Sarà per questo che fondamentalmente mi sento un accattone, uno che mendica tenerezza e attenzione dagli amici, dalla comunità, da coloro che incontro.

Più volte mi sono trovato faccia a faccia con questa solitudine. Mi sono domandato spesso se l’unico modo per vivere questa situazione che pure avevo compreso e scelto, fosse il risentimento. Mi domandavo «Tu hai come risposta a un dono dello Spirito per la chiesa il risentimento? Soffochi la tua sessualità e il tuo desiderio e resti impigliato nell’acidità dell’uomo non risolto?». Confesso che spesso è stato così nella mia vita. Nemmeno la preghiera, le soddisfazioni dell’attività pastorale, lo studio e la vita intellettuale colmano il desiderio e la bellezza della paternità. Ma allora che senso ha che la Chiesa chieda di vivere questa esperienza del celibato? Io non volevo essere un uomo risentito, non volevo sentirmi un mezzo-uomo, non volevo essere un accattone di tenerezza.

Mi sono accorto, cammin facendo, che questo dono dello Spirito mi richiamava lì, a quella che si chiama effusione del cuore. Venivo richiamato al «solo Lui», a vivere quella dimensione del desiderio che, pur riconoscendo la bellezza delle altre situazioni di vita, vive sulla propria carne la bellezza della speranza che solo Gesù riesce a smuovere nel cuore degli uomini. Non voglio dire che questo non riescano a viverlo coloro che sono in altre situazioni di vita. Voglio semplicemente dire che quella è la mia vita, l’affermazione che la relazione con Gesù è il compimento della vita, della mia e di quella di tutti coloro che hanno la possibilità di incontrarlo, ma anche di ogni donna e uomo di questo mondo. Ed è Lui che visita i miei desideri facendoli rifiorire, è Lui che si manifesta nella precarietà della mia vita, è Lui che mi aiuta a non vivere con rancore e risentimento questa esistenza così ricca di umanità dentro la comunità cristiana. Mai avrei pensato di vivere questa esperienza e dico subito che non sempre riesco a farla pienamente mia. Ma perché proprio la sessualità come via per questa esperienza? Semplicemente perché la sessualità è il momento in cui scopro me stesso come consegnato all’altro. Nella mia carne io mi ritrovo perché mi gioco pienamente affidandomi all’altro.

Scrivo queste riflessioni perché un monsignore polacco ha dichiarato la propria omosessualità e ha detto di avere un compagno. Ma qui non è questione di essere gay o di rivendicare i diritti di coloro che vivono la propria sessualità in forme diverse. Provo rispetto e cerco di avere attenzione nei confronti di tutti. Qui si tratta del fatto che si è risposto al dono dello Spirito con risentimento. Non occorre lanciare fumogeni per coprire la propria fuga, basta dire che non si è riusciti a vivere quel rapporto con l’Unico, chiedendo scusa a coloro che ci hanno ascoltato. Da parte mia nessuno scandalo, nessuna condanna, solo una richiesta di umanità. Proprio perché si rivendica la sofferenza di una parte dell’umanità, occorrerebbe semplicemente dire che non ce l’abbiamo fatta, e uscire in punta di piedi. L’uscita dell’eroe che butta fumogeni per nascondere una ricerca alternativa è coerente con il clericalismo della Chiesa, soprattutto di certa Chiesa, abituata al saluto delle guardie svizzere quando entra con il suo collare altezzoso nelle stanze vaticane.