Comunione di Pentecoste


Nel dodicesimo anniversario
di ordinazione sacerdotale


L'occasione sorprende e a volte coinvolge; così mi fermo a riflettere su di me, sul mio ministero, su questi dodici anni, sul mio futuro; poi il pensiero si allarga e corre alla missione della Chiesa in questo tempo, alle sue miserie, alla sua grandezza, alla difficoltà del mantenersi fedele ad un messaggio che sempre la supera. Mi rapisce il pensiero, la figura di Abramo, quello di carne, quello che in tempi ottusi ed incerti come sempre, ha scelto di partire seguendo quella voce, quella incredibile promessa. Incredibile proprio perché a raccontarla non gli avrebbe creduto nessuno, ed anche Sara, moglie devota, ebbe le sue belle difficoltà. “Egli non ha abdicato anche quando il buio era fitto e la strada era radicalmente in salita. Quando il volto stesso di Dio gli appariva impenetrabile, incredibile”.

E così la mente torna spontaneamente a me e alla Chiesa, all'oggi, al qui ed ora, al nostro dibattito pastorale, alle nostre serate, ai nostri gruppi, all'ultima riunione di decanato o di consiglio pastorale: programmi, intenti, progetti; alle condizioni di esercizio del ministero, perché questo non ci condanni ad un lavoro febbrile, affannato, agitato, goffo, di organizzazione del “quadro”, quasi che ci fosse una sorta di impresa ingegneristica nella quale bisogna destrutturare o ristrutturare, accorpare, pianificare... tutto giustificato da problemi veri, reali, analizzati e dibattuti.

Come è insopportabile quando in pastorale si dice che “bisogna affrontare i problemi”. Come non mi sembra conforme alla fede; come mi pare debilitante. Quanto ho timore che sia delirante!

Noi siamo chiamati allo sguardo di Dio, alla Grazia. Noi siamo chiamati a non avere paura. Basti pensare al raccolto biblico delle vocazioni più grandi: “non avere paura!”.

Perché pensare ai problemi quando non hai ancora colto dove la Grazia opera?! Sei forse tu più grande della Grazia, della potenza vincente di Dio? Come ti permetti di affrontare Golia senza la fionda della fede, i sassi della pazienza, l'astuzia dell'affidarsi allo Spirito, l'insignificanza disarmante della preghiera?

Ma questa malattia dell'impotente-prepotente che il nostro tempo ci instilla ormai ha risucchiato persino i nostri consessi pastorali. “Io questa sera prima di cominciare la riunione, vorrei raccontarvi dove ho incontrato la Grazia di Dio oggi”... questo vorrei sentire dalle labbra di un laico, di un prete, di un vescovo, dalle mie stesse.

Il fatto fondamentalmente è attraversare tutto in un aiuto solidale nella fede, volendoci bene nella fede, aiutandoci a radicarci nella fede, sostenendoci nell'aver fede; questo è il cardine: uno spazio comunitario di rigenerazione reciproca. Una pentecoste, desiderata, voluta, cercata secondo i dettami dell'attesa apostolica: “erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù”.

Ecco quindi leva e fulcro di un vero sollevarsi oltre gli orizzonti angusti e avari della realtà percepita come ostile. Fulcro è questo bisogno e questa voglia enorme di contemplare. Enorme. Silenzio, silenzio. Per favore, silenzio! Leva è il radicamento nella possibilità di una intelligenza della fede: cioè di una fede intelligente e di una intelligenza che viene dalla fede. Abramo ebbe fede. Questo lo ha generato padre di una moltitudine, non altro! Ebbe fede e non peccò.

Nel mio piccolo posso dire che, alla prova dei fatti, quando leva e fulcro ci sono, quando c'è questa priorità, questa consapevolezza, ciò che appare come problema diventa occasione, quello che sembra ostacolo incarna la Grazia del miracolo ed il nuovo scenario si disegna da solo. Aiutiamoci, fratelli carissimi a custodire il deposito di questo miracolo; confermiamoci gli uni gli altri alimentando la fede attraverso la forza di una amicizia che dichiari il dono già dato; questa è la Comunione che poi celebriamo alla mensa eucaristica. Ed il termine non è casuale: eucaristico, cioè di ringraziamento.

Cristo non ha affrontato il “problema” della sua morte o del tradimento. Ma “la vigilia della sua passione, sofferta per la salvezza nostra e del mondo intero, stando a mensa tra i suoi discepoli, Egli prese il pane ti rese grazie con la preghiera di benedizione”. Se nell'ora più buia Cristo “rese grazie” seduto a tavola con i suoi amici, noi come possiamo pensare di fare altro?

Impariamo la comunione, impariamola davvero o la sterilità di Sara resterà indelebile, i granelli sulla spiaggia saranno solo sabbia e non moltitudine, le stelle del cielo solo sogni e non discendenza. Ma dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro; ecco il rinnovarsi della pentecoste: lo Spirito santo Paraclito: cioè “chiamato appresso”, l'equivalente latino ad-vocatus, cioè “avvocato”, inteso come “difensore” o “soccorritore”, per estensione “consolatore”, colui che sta al lato dell'accusato per difenderlo.

Grazie fratelli per tutte le volte che facciamo comunione, per tutte le volte che ci stringiamo nel nome di Gesù, per quando mi chiedete di non avere paura. Grazie Signore di avermi posto in una comunità nella quale scrivere queste cose salva la mia fede. don stefano

Questa è la versione integrale
della lettera scritta per Emmaus giugno 2011