Stavano presso la Croce di Gesù

 

    Solo. Isolato. Chissà quante volte abbiamo provato questa dolorosa condizione. Incompreso. Calunniato. Uomini che restano imbavagliati nel sarcasmo delle lingue biforcute. Emarginato. Escluso. Quanti brandelli di umanità ferita non possono partecipare alla festa della modernità. L'onda a volte impetuosa, a volte lenta ed infida travolge la normalità di una vita pacifica e sognatrice; e quell'uomo depredato del sé, si chiede “perché?”, “ora?”, “proprio a me?” o si arrende al “meglio morire che vivere”.

Entriamo nella settimana santa, la settimana autentica: autenticamente umana, intrisa cioè di sentimenti assolutamente umani che sembrano così poco prossimi alla divinità celebrata; e viene da chiedersi: “ma Dio dov'è?”.

Il volto del Cristo crocifisso ci cattura lo sguardo ed il cuore. E guardo. Quegli occhi prima rivolti al Cielo ed ora bassi e vitrei, quelle labbra divine ferme su una parola conclusa in un doloroso acuto spasmo, quelle mani benedicenti contratte e rigide, quei piedi non più bagnati di lacrime e profumati di balsamo, quello squarcio nel petto e il fiotto di sangue freddo e rappreso, senza vita... macabro spettacolo che incarna la realtà di tanti poveri crocifissi che seppur vivi sono come morti.

Muori per me, Gesù! Chi ha il coraggio di questa richiesta? Come può la Tua morte consolare, sanare, lenire il mio dolore? Volevamo un Dio liberatore, risolutore, vindice del male, rimuneratore del bene. Invece ecco un Dio sconfitto, trafitto, arreso, impotente, scandaloso, inaccettabile, inutile, muto, morto.

Cresce la rabbia: “perché una strada così improbabile, incomprensibile, dura?”

Eppure stando presso la Croce intravedo nel buio, ma non so descrivere; intuisco del senso, ma non so afferrarlo; percepisco la possibilità, ma non mi raggiunge; tendo la mano e non ci arrivo; cresce una speranza, ma non mi basta; punge un dolore, ma non mi schianta.

E sopraggiunge il pianto, lento, infantile, bisognoso di una carezza del Nazareno: è la resa. Qualcosa si scioglie.

Una pallida pace scende come riposo del cuore. Mi arrendo, mi fido, mi affido: “Padre, nelle tue mani è la mia vita”. E così in questo stolto discepolo peccatore si rinnova la musica di quella danza inchiodata; perché l'umiliazione di un Dio ci insegnasse la mitezza di cuore. E mi sento più umano.