Caro don Stefano,
sono Salvatore Nocera, ex presidente nazionale del MAC [Movimento Apostolico Ciechi - ndr] dal 1980 al 1982.
L'ho ascoltata ieri durante la riunione dei gruppi diocesani del MAC e sono rimasto veramente felice di averLa ascoltata e mi sono subito procurato il Suo libro che leggerò tramite la mia sintesi vocale.

Concordo con Lei sulla necessità che la pastorale ecclesiale delle persone con disabilità si orienti verso il principio di appartenenza. Però il principio dell'inclusione è nato nel mondo laico e si è poi esteso anche a quello ecclesiale in Italia, come  manifestazione della volontà delle stesse persone di voler realizzare loro la loro appartenenza alla società ed alla comunità del popolo di Dio.

Noi abbiamo applicato a noi la parabola della pecorella smarrita, anzi della pecorella "abbandonata" o peggio "trascurata" dalla pastorale. Infatti anche la Chiesa sino alla fine degli agli Sessanta aveva chiuso gli alunni con disabilità nelle scuole ed istituti speciali, i lavoratori con disabilità nei "laboratori protetti ", gli anziani con disabilità nei cronicari per soli anziani con disabilità. Anche la pastorale era distinta per noi; infatti non si amministrava il sacramento della penitenza e dell'Eucaristia alle persone con disabilità intellettive e del neurosviluppo; non si ammettevano i bambini con disabilità intellettive alla catechesi; non si pensava alle persone con qualunque disabilità come soggetti attivi della carità, ma sempre e solo come soggetti passivi di carità.

Noi eravamo esclusi dai tre aspetti della vita ecclesiale: liturgia, catechesi e diaconia. Dopo il Concilio però la Chiesa ha cominciato a prendere coscienza di questo "abbandono pastorale" ed ha cominciato a ricercare la pecorella dimenticata ed il MAC è stato tra quanti hanno cominciato a percorrere questa nuova strada con l'impegno per i ciechi del Terzo Mondo, attraverso la formazione di catechisti ciechi, la costruzione di scuole per ciechi, con il finanziamento di interventi sanitari di prevenzione e cura della cecità, con la costruzione di centri di formazione professionale per ciechi e con l'avvio di attività di formazione professionale specie per ragazze cieche, condannate solitamente a vivere con l'imposizione della prostituzione.

Anche la CEI ha cominciato a favorire la formazione di lettori e catechisti ciechi ed ha istituito in seno all'Ufficio catechistico nazionale, l'ambito della pastorale delle persone con disabilità, anche se ancora la Santa Sede non ha approvato la "Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità", appprovata nel 2006, con la speciosa motivazione che in essa vi sono alcuni articoli in contrasto con la dottrina cattolica; però, il trattato prevedeva e prevede che si possa sottoscrivere la Convenzione, escludendo con riserva gli articoli non graditi. Questa rimane per noi una grave mancanza.

La Chiesa ha avuto verso di noi un atteggiamento pastorale di sfiducia - almeno sino a qualche anno fa - dettato da una visione teologica ancora legata ad una visione medievale che esaltava solo la Croce, mettendo troppo in ombra nei nostri confronti il valore salvifico della Resurrezione. Di recente il protocollo stipulato col Ministero degli Interni italiano per la riapertura delle chiese al culto in sicurezza a causa della pandemia, al par.1.8, la CEI ha voluto mantenere la norma secondo la quale le persone con disabilità ascolteranno le Messe "in luoghi appositi", perchè ritenuti "fragili" per definizione, benchè avessimo insistito a dire che non tutte le persone con disabilità lo sono, ma solo quelle che hanno deficit immunitari o altre complicazioni collegate a quel particolare tipo di disabilità; comunque ormai è noto che noi non siamo malati, anche se abbiamo o viviamo con "esiti" di malattie. Ciò nonostante, ancora la CEI ci inserisce tra gli organismi della pastorale dei "malati" e, quanto ai protocolli per la riapertura al culto, abbiamo avuto lo schiaffo delle altre confessioni religiose che non hanno ammesso nei loro protocoolli il par. 1.8 imposto a noi.

Come vede abbiamo ancora tanta strada da fare dentro la Chiesa. Ecco perchè a noi ancora piace il termine "inclusione", sperando che si pervenga alla piena "appartenenza", ma non per grazia ricevuta, ma per il riconoscimento della nostra dignità in seno al popolo di Dio. Noi siamo orgogliosi di un motto che è ormai mondialmente recepito in tutte le convenzioni internazionali e nazionali che ci riguardano: "nulla su di noi, senza di noi".

Come vede siamo una "periferia" che sta faticosamente cercando di appartenere al centro della Chiesa.

La allego un appello che ho scritto per il Sinodo mondiale dei Vescovi sui laici del 1987. (v. allegato alla pagina) 

Lei, da quanto mi è dato comprendere dal Suo intervento di ieri, e da quanto apprenderò dalla lettura del Suo libro, sicuramente sarà un nostro compagno di strada in queso faticoso cammino di avvicinanmento al centro del popolo di Dio "in situazione di eguaglianza con gli altri fedeli laici ".

RingraziandoLa per quanto fa e farà per la nostra piena appartenenza al popolo di Dio, La saluto fraternamente.

Salvatore per gli amici e spero presto anche per Lei, Tillo Nocera.

28 febbraio 2021