Davide Rondoni
Avvenire 3 novembre 2011

Il nemico non ha volto. O così sembra. I mercati, dicono. La finanza. Entità senza volto esibito. E che ora ci circondano, ci stringono in una morsa che sembra togliere il respiro. Nulla è peggiore di questo. Il peggiore degli incubi. Almeno ci dicessero: il nemico è, che so, l’America. O la Cina. O la Banca centrale europea. Insomma, ci fosse qualcuno che ci dicesse: il nemico è là, combattiamolo. Invece non si capisce niente. Sembra che il nemico sia già ovunque. Anche tra noi, dentro le nostre case, nei consumi, o nelle usanze. Accadeva così anche ai tempi delle invasioni dei barbari. Si sapeva che stavano arrivando. E che non sarebbe stato un bello spettacolo. Oggi come allora non si sa se c’è chi sappia o possa governare il cambiamento. E arginare il disastro. In tale situazione di panico, che i media usano a proprio vantaggio, non sai bene con chi prendertela. E infatti ce la si prende un po’ a casaccio, contro il governo, contro i governi del passato, contro il governo dell’Europa, o contro le banche, contro i ricchi. E allora è facile, si vede, che nella società si allarghi la zona del risentimento e della rivendicazione, spesso giusta, ma spesso anche confusa e sterile. Spesso i nostri giovani son tanto risentiti quanto confusi su obiettivi e cose da chiedere. Un risentimento istupidito e paralizzato. Che fa solo il gioco dell’invisibile nemico.

Siamo in una crisi, una verifica dura. Un momento in cui occorre decidere cosa salvare e cosa lasciare. Ma c’è chi il nemico lo ha visto. Lo ha guardato arrivare da lontano. E da tempo ne gridava il nome. Possiamo far finta di non aver sentito, di non aver letto. Il nemico ha trovato chi s’è messo a fronteggiarlo. E anche se ora sembra che il nemico ci stia arrivando addosso, non è detto che la battaglia sia già pregiudicata. E non è nemmeno detto che la battaglia sia quella che appare in superficie.

Il Papa da tempo ha visto il nemico. Il Papa Giovanni Paolo II, e quelli prima di lui. Da decenni. E poi quello dopo di lui, il Papa Benedetto XVI. Quando il Papa in documenti e in discorsi ha parlato di una terza via, di una strada che non affidasse tutto lo sviluppo e la crescita al mercato - senza demonizzare il mercato -, ha indicato il nemico e la strada. I potenti del mondo, i poteri veri non lo hanno ascoltato. Lui accusava l’avidità, il mercato come strumento della pura cupidigia. Lo omaggiavano – a volte – ma non lo ascoltavano. E intanto il nemico avanzava. E superava i confini. L’arrivo di una nuova barbarie veniva annunciato da segnali confusi, da notizie piene di panico in momenti sbagliati, o da rassicurazioni beote. E oggi come allora l’impatto crea disperazione, depressione e malora. Crea smagliature e ferite.

È in questo momento che – come fecero i benedettini – i cristiani devono sapere che cosa salvare al passaggio della furia del nemico. E fortificare i luoghi di resistenza. I luoghi di cura dell’umano e di reinvenzione della società. I monaci allora salvarono, e studiarono, i capolavori, inventarono nuovi metodi di coltivazione e di pesca. E divennero rifugio per gente in difficoltà e riferimento per tutti. Si incontrarono culture antiche e nuove nelle loro case. Siamo chiamati a un identico eroismo, forse maggiore. Allora, quegli uomini sapevano che tutta la vita era come un sospiro: querere Deum. Chiedere Dio.

In un momento in cui sembra mancare il fiato, in cui intorno si sgolano in polemiche becere e inutili, noi cristiani sapremo che attraverseremo la crisi dura con un sospiro che pesca oltre ogni chiacchiera e ogni sbuffare, oltre ogni sgolarsi. Così la attraverseremo. Non saremo gli scampati ai problemi di tutti, ma lavoreremo e pregheremo per aiutare tutti a non essere sommersi nella malora