Ultimamente mi sono resa conto di quanto sia difficile e impegnativo essere davvero cristiani in questa società, in particolare per noi giovani. In realtà, l’essere cristiani, oggi, oltre a costituire una “vocazione” entusiasmante per certi versi, per altri è una sfida che richiede grandissima responsabilità e tanta buona volontà un po’ per tutti, e in modo particolare per chi, come me, vive quell’età in cui si comincia ad affacciarsi alla vita e a sporgersi al confronto con il mondo. Ricordo che da bambina avevo una fede fervida, sentivo Gesù nel mio animo più profondo, probabilmente guidata da quell’innocenza infantile che rende il cuore limpido e disponibile ad aprirsi al Mistero, senza paura e preconcetti. Quando pregavo, percepivo davvero un fuoco dentro di me, sapevo, senza ombra di dubbio, che c’era “Qualcuno” ad ascoltarmi e ad aiutarmi, e, anche durante l’adolescenza, in alcuni periodi difficili, ho davvero creduto che Gesù mi stesse sostenendo e aiutando a superare le difficoltà

.
In seguito, tuttavia, il mio cuore ha cominciato a maturare dubbi e a percepire una distanza sempre maggiore da quella convinta adesione al Vangelo con cui ero cresciuta, sentendomi, è abbastanza comune sentirlo tra i giovani d’oggi, sempre più lontana dalla “Chiesa come istituzione”, che vivevo come un organismo che dettava unicamente riti, doveri, vuote formalità. Mese dopo mese, anno dopo anno, la mia vita spirituale è passata decisamente in secondo piano. E non perché avessi deciso di lasciarla da parte, di dichiararmi “atea”, o “agnostica”, o “anticlericale” come troppo spesso va di moda tra i miei coetanei un po’ per conformismo, un po’ per pigrizia, un po’ per rinuncia aprioristica; piuttosto, coltivavo la mia fede con estrema superficialità – il che equivale a dire che non la coltivavo per nulla… Piuttosto, convivevo con il mio essere cristiana semplicemente accettandolo come dato di fatto, come si accetta, per intenderci, di essere nati con gli occhi castani o verdi. Se fossi nata in Iraq, mi dicevo, sarei musulmana; sono nata da questa parte del mondo e quindi sono cristiana. Il rischio cui andiamo incontro noi giovani che rimaniamo nel “recinto” della Chiesa è che lo facciamo, a nostra volta, per pigrizia, conformismo o con superficialità. Andavo a Messa perché non avevo il coraggio di prendere una decisione definitiva, perché la mia famiglia la frequentava e non volevo dare ai miei genitori un dispiacere, ma durante la funzione mi sorprendevo a pensare a tutt’altro; in alcuni frangenti mi chiedevo addirittura se non stessimo tutti recitando delle filastrocche al vento, se quel Pane che il sacerdote consacrava avesse davvero un significato, se non fosse tutto falso. La mia tendenza a giudicare gli altri, poi, ha dato man forte ai miei dubbi “teologici”. Vedevo incolonnarsi per prendere l’Eucarestia tanti miei coetanei di cui conoscevo una condotta di vita poco compatibile con il messaggio di Gesù, e la loro “falsità” mi convinceva ad allontanarmi non soltanto da loro, ma anche dalla stessa fede, troppo spesso, pensavo, sbandierata da persone “indegne”.
Ricordavo qualche mia esperienza precedente con vecchi compagni di classe dichiaratamente “cristiani cattolici praticanti”, provenienti da integerrime famiglie “cristiane cattoliche praticanti”, ma che, a mio avviso, non avevano avuto nei miei confronti un comportamento consono a quella loro fede tanto esibita, perchè, sempre a mio avviso, a volte la usavano come un modo per schedare ed etichettare le persone, escludendone alcune dal gruppo. Qualcosa del genere mi è capitato anche più recentemente. Iniziando uno stage in una casa editrice, ho avuto modo di studiare il lancio di un vero e proprio successo editoriale, Vaticano S.p.A. di Gianluigi Nuzzi. Leggere di tangenti, porporati piduisti, soldi sporchi allo Ior (la “Banca del Papa”), che addirittura sembra abbia ospitato il denaro di Provenzano, sistemi offshore utilizzati per ben altre opere rispetto a quelle caritatevoli mi ha destabilizzata. E qui il passo è breve: se la stessa Chiesa, o meglio, una parte di essa, è così corrotta, perché devo fare la fatica di essere cristiana cattolica? Sto per laurearmi in Lettere, e sto preparando una tesi in Retorica Classica. Una specie di risposta a quell’interrogativo che mi sono posta l’ho trovato in mezzo ai libri che sono da tempo accumulati sulla mia scrivania, e in particolare nella Retorica aristotelica. Può sembrare strano, ma ad un tratto mi è venuta come un’illuminazione studiando le teorie retoriche di Aristotele circa sillogismi ed entimemi. Infatti, il ragionamento consueto: «Parte della Chiesa è corrotta e molti cristiani si comportano male; io non voglio essere corrotto né comportarmi male, quindi non andrò più in Chiesa e non sarò più cristiano» è un sillogismo che non ha valore di verità, sia perché si basa su premesse che non hanno validità in senso assoluto, sia perché compie un salto logico. Non si può pensare che gli errori degli uomini – per natura portati a sbagliare, a inciampare e, per fortuna, anche a rialzarsi – possano incancrenire il senso della fede.


La fede, ho pensato, è una faticosa conquista quotidiana, personale, che non può essere scalfita solo perché il mio vicino di panca in realtà è un evasore fiscale, o tradisce la moglie, o chissà cos’altro: le due cose si collocano su piani irrimediabilmente diversi. E la Chiesa, sì, quanti errori, a detta di molti, ha commesso e commette! Me ne sono resa conto io stessa durante lo stage di quest’anno, e la delusione è stata cocente. Quanto sarebbe auspicabile e rassicurante, per i suoi stessi fedeli, vedere tutte queste condotte negative finalmente punite! Quanto sarebbe bello se ci fossero espliciti segnali di cambiamento (che in parte, almeno a livello economico, con Benedetto XVI ci sono stati, vista la recente riforma dello Ior). Ma il fatto che esistano preti pedofili, o cardinali e vescovi che sono stati pronti a mettere da parte l’insegnamento di Gesù pur di arricchirsi; il fatto che ci siano state le crociate, la caccia alle streghe, una discriminante omofobia; tutto questo mi abilita a rinunciare alla mia fede? La risposta è no. La risposta che mi sono data è che questo “falso sillogismo” a cui tantissimi, ormai, si appigliano, è soltanto una copertura di comodo alla loro pigrizia, alla loro mancanza di voglia di farsi delle domande e di cercare le risposte. Ciò non vuol dire che il cristiano sia migliore di chi non crede – ci sono atei a cui tutti noi dovremmo ispirare la nostra condotta; penso, ad esempio, a Gino Strada; e d’altronde, come anche molti teologi hanno riconosciuto, il vero “ateo” è colui che, a suo modo, si mette in ricerca, pur senza pervenire alla nostra stessa conclusione.
Penso però, anche guardando a moltissimi miei amici (a cui, specifico, voglio un mondo di bene, nonostante non possa condividere con loro la mia fede), che la scusa di non andare in chiesa per l’ipocrisia che l’attanaglia sia un modo per sollevarsi la coscienza dall’incombenza di dedicare tempo, turbamenti, anche angosce, qualche volta, al difficilissimo compito di fare di Gesù l’immagine della propria vita. Il vero cristiano ha una responsabilità in più rispetto a chi non ha fede: ha davanti l’esempio di Cristo e ha la possibilità concreta di applicarlo alla propria vita. Ma quanta fatica comporta questa missione! Non è forse più “comodo” glissare sulla questione col metodo del “falso sillogismo”? Sono stata tentata più volte a seguire quest’ultima strada, per comodità e conformismo; eppure, “qualcosa” mi ha sempre impedito di farlo. Ho vissuto momenti di sofferenza in cui scongiuravo l’aiuto di Gesù, conservando però nel mio cervello sempre il dubbio sulla sua reale esistenza. Pregavo, ma dentro di me temevo ancora che stessi parlando al vento, che Gesù non fosse reale. Ora, a distanza di tempo, so che la fede mi ha aiutato ad accettare, attraversare e superare le difficoltà, perché quel “qualcosa” che mi impedisce di non credere è ancora dentro di me, nonostante, come ho detto prima, i miei più cari amici non vadano in Chiesa e nei nostri discorsi sulla religione mi ritrovi sempre, perennemente in minoranza. Eppure, quel “qualcosa” non basta: la fede, dal mio punto di vista, va conquistata e coltivata ogni giorno. Io non mi sento arrivata: dentro di me c’è un turbinio di domande ancora senza risposta, di dubbi da cui a volte mi sento sopraffatta; c’è ancora un po’ di pigrizia e di paura a vivere la fede in modo più comunitario; eppure, c’è la volontà di seguire questo percorso.
L’esperienza stessa della preghiera, in questo senso, può essere illuminante. Lo scoglio contro cui mi sono schiantata più spesso riguarda proprio questo: è facile aggrapparsi alla fede quando abbiamo bisogno di aiuto e percepiamo quanto da soli non siamo in grado di andare avanti. Il difficile, però, sta nell’applicare questa tensione verso Cristo in ogni momento della nostra vita, anche nella routine più alienante della quotidianità. Il cristiano, al momento di compiere una scelta, ha l’enorme responsabilità, secondo me, di dover rendere conto a qualcosa di più della propria coscienza, e, talvolta, la difficoltà di questo compito mi spaventa.


Eppure, la bellezza incontaminata delle parole di Gesù, che straordinariamente si applica a duemila anni fa come ad oggi, mi persuade a non lasciarmi scappare l’esperienza più totalizzante che l’uomo possa affrontare nella propria vita: è una sfida alla contingenza, che non richiede però di usare la fede come la bandiera o l’etichetta con cui schedare un gruppo rispetto agli altri, ma che, secondo me, deve mantenersi aperta al confronto con chi crede e chi non crede, come ha fatto Gesù. Dal canto mio, sono consapevole che, per avvicinarmi alla meta, mi dovrò impegnare costantemente, ben più di quanto non stia facendo adesso, abbandonando la tentazione di chiudermi in me stessa e badando a come poter rendere la mia vita realmente cristiana.
Ci saranno, immagino, ancora momenti di difficoltà, ancora dubbi e paure, ma tenendo gli occhi e il cuore puntati sull’obiettivo mi sentirò più sicura. E, per fortuna, mi hanno detto che Gesù è sempre pronto a perdonare e a riaccoglierci nel Suo amore!

20 ott 2011 - GP


Da una lettera... così come mi è stata donata!