L'articolo che vi propongo, pubblicato su Avvenire (© riproduzione riservata) del 17 marzo 2015, non è certo "facile", però ha una densità concettuale strepitosa. Mons. Sequeri interviene durante il convegno internazionale sull'arte contemporanea: «Esperienza religiosa cristiana del vedere e dell’udire» promosso dalla Gregoriana di Roma, facoltà di Storia e Beni culturali della Chiesa. Il coordinamento scientifico del convegno è affidato a Yvonne Dohna Schlobitten, Giorgio Monari, Andrea Dall’Asta e Nuno da Silva Gonçalves; alle sessioni interverranno esperti quali Paul Gilbert, Alex Stock, Silvano Petrosino, Ricardo Piñero, Pierangelo Sequeri (in questa pagina una sintesi del suo intervento) e Ramón Saiz-Pardo Hurtado. Le conclusioni sono affidate a monsignor Carlos Azevedo, delegato del Pontificio Consiglio della Cultura.

In buona sostanza la questione ruota sul bisogno dell'uomo di una verticalità spirituale di comprensione del suo vissuto, che però resta imbottigliato nella orizzontalità di un mondo "artisticamente tecnologico" che lo inganna e lo dissangua. Leggete e...

 

​I nostri nipotini sgranano sul touch-screen del loro smartphone l’elenco dei messaggi (già letti mille volte) come le nostre nonne sgranavano il rosario per tenersi in contatto affettivo con le parti invisibili del mondo in cui avevano bisogno di essere pensate e amate.

È uno spostamento di devozione, più che un cambiamento di religione. L’estetica del prodotto commerciale, del bene di consumo, del mercato dei servizi, è ormai interamente rivolta a fabbricare devozione. Questa devozione, con tutta la costellazione dei suoi legami (attrazione, gratificazione, fidelizzazione e riconoscenza), però, si consegna alle ingiunzioni di una regìa mercantile del desiderio, con dedizione anche maggiore di quella che riservava alla religione della legge.

Tutti cercano di accaparrarsi la nostra devozione adorante, con le acrobazie più indicibili e le indecenze più innominabili. La devozione e l’adorazione, insomma, sbeffeggiate quanto si vuole, si profilano come la questione di orientamento umano più seria del nostro tempo. La mente coltiva il sogno di avvicinarsi alle prestazioni dell’intelligenza artificiale, mentre l’anima si esalta con uno spray.

Se un filosofo come Jean-Luc Nancy, che di certo non pensa in favore di Dio e della religione, riconosce solennemente che il filosofo illuminista deve far un passo indietro dal suo perentorio interdetto nei confronti dell’adorazione, qualcosa vorrà dire: «Adorazione fa pensare a "prosternazione". Insidia permanente delle religioni: che si approfitti della prosternazione per umiliare. Ma la religione è anche l’unica che apre la possibilità della prosternazione. […]. Il filosofo è quello che non si prosterna. Eppure deve prosternarsi: in quanto filosofo deve sapere che la ragione si prosterna davanti a ciò che di essa si supera infinitamente. Deve quindi sapere che solo la ragione adorante è pienamente razionale e ragionevole» (L’adorazione).

Quando Hegel parla della «morte dell’arte» (in realtà, senza mai usare quel termine), individua appunto il tramonto epocale dell’ideale romantico: la cui estetica insisteva sulla funzione rivelativa dell’arte, capace di suscitare devozione assoluta per l’assoluto. Secondo Hegel, la sintesi della poetica dell’arte e dell’intuizione del divino non può ritornare, dopo l’avvento della fede cristiana e della ragione moderna. Il cristianesimo, già di per sé, sarebbe strutturalmente indifferente alla poetica dell’arte, perché la rivelazione che esso porta alla luce della coscienza e alla riflessività del pensiero non è mediata da essa. Nel mondo moderno, in cui l’artista vorrà lui pure affermarsi come soggetto, l’arte uscirà infine anche da se stessa, distruggendo anche il proprio oggetto. Il compito di rivelare la vita del divino, e gli assoluti dello spirito, passa così alla filosofia dello spirito, al pensiero del logos.

C’è qualche verità in questa lettura, pur decisamente un po’ schematica. Però, contrariamente alla profezia di Hegel, la filosofia del concetto, separata dall’immaginazione teologale che l’arte aveva coltivato, ha fallito anche il proprio obiettivo teologico e spirituale. E umanistico. La verità è che, senza l’apporto dell’immaginazione teologale, l’arte muore. Ma la filosofia, senza l’arte, non padroneggia affatto in modo più penetrante l’esperienza dello spirito e la rivelazione della sua realtà.

Diciamo anche, senza mezzi termini, che se l’arte muore, nemmeno il pensiero del cristianesimo può compensarne la morte con l’accanimento terapeutico del concetto. Il livello della sfida, per una visione radicalmente diversa, va dunque alzato. Per dirla tutta: l’offensiva va lanciata su entrambi i fronti, dato che il pensiero e l’arte cercano ora – perché è di moda – legami che hanno fieramente escluso di voler frequentare. Non basta: senza energie di conversione del rispettivo impianto ideologico realmente radicali e credibili (vale anche per la teologia).

Lancio i miei dadi, consapevole dell’azzardo (ma anche stremato da troppi cerimoniosi luoghi comuni). La mia ipotesi di partenza è che la strategia del discorso parabolico di Gesù non corrisponda semplicemente alla funzione pedagogica di un discorso per immagini, che semplifica la rivelazione di Dio sacrificando la precisione del concetto. La necessità – insurrogabile e insostituibile – dell’originale dispositivo parabolico di Gesù corrisponde piuttosto, verosimilmente, all’impossibilità di trascrivere la rivelazione esatta dell’affezione di Dio in altro modo.

Noi non abbiamo alcun concetto ontologico del «regno di Dio» – dunque dell’essere e dell’agire che rivelano Dio – più preciso di quello che è messo a fuoco mediante l’immaginazione teologica delle parabole. Nulla è più refrattario alle rozze semplificazioni del concetto, di una rivelazione della giustizia dell’affezione di Dio che si affermano simultaneamente nell’ingiustificabile condono di un debito miliardario, e nella rigorosa condanna di un talento sprecato. Il concetto non è in grado di rendere ragione, per fare solo questo esempio, dell’unità di senso in cui stanno l’eccesso del dono e il rigore del giudizio. L’immaginazione teologale ha competenza e prestazioni realistiche migliori, nei confronti dell’esperienza spirituale della realtà, di quelle assicurate dal concetto dell’essenza: che pure rimane strumento stenografico e semantico insostituibile.

Se ciò è vero, e se l’icona cristologica è il principio di un’esattezza del pensiero di Dio che non si può ottenere in altro modo, allora l’arte immaginativa del gesto e del movimento, della parola e del suono, della rappresentazione e della costruzione, ridiventa laboratorio dell’iniziazione spirituale a quella superiore precisione del pensare che è richiesta per illuminare la verità della devozione e la giustizia delle affezioni. Il tema di un sapere la cui latitanza ci sta svenando.