Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, oggi nella nostra diocesi celebriamo la giornata del Seminario; parliamo poco di questo argomento in modo espresso e chiaro. Siamo invitati a pregare perché non cessino le vocazioni al sacerdozio nella Chiesa di Dio, a pregare per quei giovani che sono nel Seminario in attesa di essere rivestiti dallo Spirito Santo col sacramento dell’Ordine Sacro; siamo invitati a pregare per le famiglie perché sappiano far sbocciare nel loro ambito non soltanto tanti battezzati che si accostano e vivono il sacramento del santo matrimonio, ma anche perché qualcuno dei loro ragazzi si svegli dal sonno e dal torpore della pigrizia e dica “Anch’io voglio fare il prete”. Preghiamo per quelli che sono già preti da un anno, dieci anni, vent’anni, cinquanta, sessant’anni, come chi vi parla, perché siano il più possibile degni di vivere questa missione sacerdotale nella vita della Chiesa. Ecco allora il nostro pensiero che oggi tocca il prete.

Possiamo dire che l’uomo ha sempre sperimentato il più angoscioso bisogno di guide, alle soglie soprattutto del mondo invisibile, soprattutto per la scalata di quella vetta, difesa da pareti misteriose e avvolta da una foschia, che si chiama la divinità, che si chiama Dio. Il popolo ama stare a valle per inviare Mosè nella zona del roveto ardente. Ma questa guida al mistero, agli abissi, alle alte vette, alla altezze, si è dimostrata altrettanto valida e fedele nei varchi difficili del mondo visibile. In ore indimenticabili per me, per la coscienza dei popoli, l’anima, la casa del prete, si sono rivelati spesso come i rifugi più accoglienti, più discreti, più silenziosi e sicuri. Anche durante la guerra i dubbi angosciosi della famiglia erano presentati al “senza famiglia”; si chiamava e si intuiva “padre” solo colui che non aveva mai generato; si presentava la casistica complessa dell’amore a chi forse non l’aveva mai sperimentata. Perché? Perché, per il fatto della sua rinuncia, il prete non appare un diminuito: ciò che egli non possiede sul piano dell’esperienza umana, lo guadagna nella penetrazione del Regno futuro. Il suo sguardo fisso a Dio gli fa scorgere le cose e le situazioni della Terra in una luce più nitida e virginale.

Ecco allora dove vediamo il prete: al confine tra due mondi. Egli solo, il prete, ha il privilegio di chi sosta nella terra di nessuno; riceve colpi dalle due opposte direzioni. Ciò non è irreale né tanto meno umoristico perché la storia ci fa rivivere il dramma di queste magnifiche creature di confine. Apriamo la Bibbia, vediamo Abramo e Mosè: perchè furono intermediari, conobbero deserti, tradimenti di popoli, inesorabili sanzioni di Dio, solitudini, stanchezze mortali, ansietà, enormi promesse lontane, ma esili, naufragi, patiboli immediati.

Il prete è duplice e uno, costretto a esprimere realtà che sono fuori dallo spazio e dal tempo, con una voce che nello spazio si perde e che della marcia serrata del tempo risente tutte le tonalità. Ha accettato il rischio di diventare testimone delle cose invisibili. Quando forse il suo corpo ingombrante rende il cammino a tali realtà più difficile e disseminato di ostacoli, parla di terribili e consolanti sproporzioni tra l’istante e l’eterno. Lui, costretto spesso a mendicare le briciole più insignificanti della materia e della vita, si erge ad araldo nelle cose venture, lui che é costretto a vivere tra le rovine e i detriti del passato. Si accanisce a distribuire la vita lui che compie ogni ora gesti e riti di morte.

Così il prete vive nel mondo tutte le sproporzioni che lo espongono al tormento del ridicolo: quando parla, quando tace, quando ride, quando mangia, quando chiede, quando dona, quando trema di freddo, di isolamento e di paura. Ecco perché chi avvicina il prete ha sempre l’impressione di trovarsi davanti a qualcuno che non sa il suo mestiere. Per ogni uomo il mestiere è difficile (se mestiere di uomo e non di macchina); solamente il prete non lo imparerà mai il suo, se vuole essere veramente quello che deve essere: pienezza di umanità e pienezza di Cristo.

Ecco allora la sua avventura. Bisogna aprire i libri di Samuele e dei Re e leggerli in ciò che concerne i primi profeti: un Samuele, un Elia, un Eliseo, i quali, posseduti dallo Spirito, hanno vissuto una vita quasi sovrumana: elevati talora ad una vita vertiginosa e dominatrice, illuminati da una scienza incomprensibile, resi capaci di potentissime attività, e talora precipitati nell’oscurità e nell’impotenza per volontà dello stesso Spirito; grandi oltre ogni misura umana, sono stati umiliati senza misura. Le immagini più sublimi della Bibbia sono proprio quelle che descrivono la notte, il nulla, la mortale angoscia, il naufragio del profeta tra i turbini di Dio e le miserabili esigenze e le inquietudini dell’uomo.

Ecco l’ansia e la sproporzione che il più mediocre dei caricaturisti può ritrarre per il sollazzo del loggione; ecco il rischio che liberamente accetta l’unto di Dio; ecco la spiegazione di disfatte che gli imboscati della vita scambiano per personali trionfi, ignari che dove è vinto il prete è l’uomo stesso che è vinto. Non si accetta impunemente di essere salvatore e salvato, Spirito e materia, istante ed eternità, guida e pecora smarrita a un tempo.

Il prete cade perché ha deciso di misurarsi con le altezze, perché ha accettato l’invito di entrare in quella formidabile intimità che lo hanno consacrato segno di Dio, eco della sua voce, strumento della sua stessa vita. La statura del prete, anche nell’intimo, appare ancora in contorni più precisi se si valuta ciò che al prete chiede il suo avversario: gli chiede purezza chi ha deformato l’uomo fino a renderlo solo un groviglio di libidine; gli chiede amore chi afferma magari l’impossibilità per l’uomo di uscire da sé per comunicare con gli altri; gli chiede eroismo chi ha trasformato la vita a documentare la nuda bestialità delle nostre origini e la quotidiana conseguente bestialità del nostro agire.

Ogni esigenza, anche se contraddittoria, è lecita di fronte al prete. Provate a pensare se non è così. Lo si vuole presente ed assente, umano fino a condividere con questo mondo l’ossessione del sesso e inumano fino a condividere la pesante insensibilità del granito. Lo si carica di sarcasmi se appare raffinato, lo si considera come un lebbroso se è rude; lo si chiama e lo si processa se non viene; lo si cerca nel segreto del suo nido quando si ha bisogno di forza, di luce, di guida e, magari, si fanno gli scongiuri maggiori quando lo si incontra per la strada.

Carissimi fratelli e sorelle, dobbiamo essere convinti che il prete non si giudica dal suo aggiornarsi all’istante, ma dalla sua fedeltà all’Eterno. Per esempio che l’alto clero abbia osteggiato i movimenti politici del secolo scorso oppure che i chierici del seminario di Milano e Brescia abbiano chiesto al cittadino, rettore del seminario, di costruire e difendere le barricate contro il tedesco, non ha molta importanza. Ciò che è altamente significativo è invece la morte affrontata da centinaia di preti nell’ultimo secolo per riaffermare i valori di Cristo nei vari triangoli della morte, che vanno dalla Siberia a Zagabria, da Budapest alla grassa Emilia. Da Cristo e dal mondo non si chiede quindi al prete di divenire un cofano di cultura né un taumaturgo né un prodigioso organizzatore, tantomeno un sicuro dipanatore delle complessità sociali. Il problema cruciale posto al prete di oggi è anzitutto il problema che Cristo ha posto al primo prete nell’anno ventinove quando Gesù chiese a Pietro: “Mi ami tu più di costoro?” E ripeté la domanda. L’insistente formulazione di tale problema da parte di Cristo e da parte del mondo lascia supporre qualche parentesi di tradimento, ma nella logica di Cristo esso non significa che una capacità di amare di più perché “più ama colui al quale più si perdona”.

Il messaggio di Cristo è follia; i suoi araldi non possono essere che dei folli disposti a camminare col capo tra le stelle del firmamento di Cristo, sia pure col rischio di espiare talora l’audacia o l’infedeltà, cadendo distesi sul fango della strada, ove ogni fariseo che transita può lanciare il suo gelido sguardo mormorando: “Vi sta bene”.

Certo Gesù a noi preti sta bene così: essere con Te sempre, dovunque e comunque Tu ci voglia portare. E così sia.

don Enrico Vago