Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, è questa la stagione dei morti. La Chiesa, buona madre e maestra, ci invita a pregare per i nostri cari morti, per tutti quei morti che nel mondo sono scomparsi e non hanno nessuno che preghi personalmente per loro. È il tempo in cui la Chiesa ci invita a riflettere, a pensare alla morte, a riflettere e a pensare alla nostra morte, alla mia morte, deve dire ciascuno; la mia morte. È proprio il tempo dei morti e l’atmosfera che si crea intorno a noi ci accompagna in questa direzione: “Odi lontano, fra giardini ed orti, di foglie un cader fragile: è l’estate fredda dei morti”.

Ma quando pensiamo alla morte, siamo tentati in un errore: quante volte siamo preoccupati più della sofferenza, che di solito precede la morte, che non delle realtà che verranno dopo di essa; si considera addirittura preferibile una morte improvvisa, non consapevole. Invece il vero cristiano desidera innanzitutto rendere preziosa la propria morte, guardandola in faccia. Ma ha un senso la morte, o meglio l’uomo che muore? All’apparenza sembrerebbe di no: l’uomo è tutto un desiderio di vivere e con tutto se stesso rifiuta la morte, ma la morte si avvicina inesorabile; la caducità ci appartiene, ci appartiene per natura; in un certo senso si comincia a morire quando si comincia a vivere e si finisce di morire quando si finisce di vivere. Le cellule dell’organismo invecchiano, si perdono, e non tutte vengono reintegrate (le esperienze personali si consumano molto in fretta). “L’uomo, nato da donna - dice Giobbe - breve di giorni e sazio di inquietudini, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l’ombra e mai si ferma”.

Prima o poi, improvvisa o preceduta da intensa sofferenza, arriva la morte per ciascuno di noi; la persona sembra svanire nel nulla; il desiderio insopprimibile di vivere sembra votato al fallimento. Di qui il senso di smarrimento, di impotenza, di angoscia. E il salmo ci dice: “Sono prigioniero senza scampo; si consumano i miei occhi nel patire”. E il poeta guarda il cielo e dice: “Quando miro in ciel arder le stelle, dico tra me pensando: a che tante facelle? Che fa l’aria infinita e quel profondo infinito seren? Che vuol dire questa solitudine immensa? E io che sono?” Il pensiero della morte ci fa emergere la domanda fondamentale della vita: chi sono io, che sto passando velocemente in questo aere terreno, in questo universo? Chi sono io? E viene il pensiero: “Il giorno nasce e muore, che riman dei tramonti e dell’aurore? Tutto, oh Signore, tranne Te al mondo è vano. E l’eco risponde: è vano”.

Ma ecco irrompere la voce di Giobbe che nella sua supremazia poetica e spirituale irrompe con queste parole terribili: “Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno urlando: muoia il giorno in cui nacqui, la notte che annunciò “è stato concepito un maschio”. Perché non sono morto fin dal ventre di mia madre? Ora sì, giacerei sereno, addormentato riposerei in pace, laggiù ove piccoli e grandi si confondono e lo schiavo si libera del suo padrone. L’uomo vive sulla terra sottoposto a un servizio pesante e i suoi giorni si snodano come quelli di un cottimista; come lo schiavo anela all’ombra, come il cottimista aspetta il suo salario, così mia eredità sono mesi vuoti; notti di dolore mi sono state assegnate; i miei giorni scorrono veloci come una spola, svaniscono senza più un filo di speranza. Ricordati, vento è il vivere. I miei occhi miei non contempleranno più la felicità. Preferirei morire impiccato, la morte piuttosto che vivere in questo scheletro. Lasciami! I miei giorni sono un soffio”. A queste parole fa eco il poeta, il quale si accorge in questa vita terribile che il suo cuore si è stancato e si rivolge al suo cuore stanco per consolarlo perché è vicino il riposo: “Or poserai per sempre, stanco mio cuore; perì l’inganno estremo che eterno io vi credei, perì. Ben sento in noi di cari inganni non che speme, il desiderio è spento. Posa per sempre stanco, mio cuore; assai palpitasti. Non val cosa nessuna i tuoi moti, né di sospiri è degna la terra. Amaro e noia la vita; altro non c’è. Ti acquieta ormai perché fango è il mondo; t’ispira per l’ultima volta al gener nostro il fato: non donò che il morire, ormai disprezza te la natura e l’infinita vanità del tutto”.

Ma ecco la Parola della saggezza cristiana, attraverso la parola della Imitazione di Cristo, soprattutto nel primo capitolo intitolato “L’imitazione di Cristo e il disprezzo di tutte le vanità del mondo”: “Vanità delle vanità, tutto è vanità - come diceva il Qoelet - fuorché amare Dio e servire Lui solo: questa è la massima sapienza; tendere ai regni celesti, deprezzando questo mondo. Vanità è dunque ricercare le ricchezze destinate a finire e porre in esse le nostre speranze. Vanità è pure ambire gli onori e montare in alta condizione. Vanità è seguire desideri solo carnali. Vanità è aspirare a vivere a lungo e darsi poco pensiero di vivere bene. Vanità è occuparsi soltanto della vita presente e non guardare fin d’ora al futuro. Vanità è amare ciò che passa con tutta rapidità e non affrettarci là dove dura eterna gioia. Ricordati spesso di quel proverbio: non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire. Fa’ dunque che il tuo cuore sia distolto dall’amare eccessivamente le cose visibili di quaggiù e che tu sia portato verso le cose di lassù che non vediamo, giacché chi va dietro ai propri sensi macchia la propria coscienza e perde la grazia di Dio”.

Si stende su di noi l’ombra fredda della morte; e il cristiano teme la morte come tutti gli uomini, come Gesù stesso. La fede non ci libera dalla condizione mortale, tuttavia sa il cristiano di non essere più solo. Obbediente all’ultima chiamata del Padre, associato a Cristo crocifisso e risorto, confortato dallo Spirito Santo, il cristiano, ovvero ciascuno di noi, può vincere l’angoscia e a volte perfino cambiarla in gioia; può esclamare con l’apostolo Paolo: la morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è o morte la tua vittoria?

Allora la morte assume il significato di un supremo atto di fiducia nella vita e di amore a Dio e a tutti gli uomini: la morte, ultimo gesto di obbedienza consapevole al Padre che ci chiama. E ricordiamo: il morente, chi muore, chi se ne va, è una persona e il morire è un atto personale, non solo un fatto biologico; esige soprattutto una compagnia amica, il sostegno dell’altrui fede, dell’altrui speranza, dell’amore caloroso di chi ci sta vicino. Ecco perché l’ambiente più idoneo per morire, come per nascere, non è tanto l’ospedale o l’ospizio: l’ambiente più idoneo per morire è la nostra famiglia.

E allora sentiamo sopra di noi il peso di questa cosiddetta condanna amorosa, che è la morte, che consiste nell’ultimo richiamo di Dio verso di noi. La sentenza - la chiamava Padre Turoldo quando gli dissero che il suo male stava per portarlo al Signore. La sentenza - scrive lui - che ora Tu sai, nulla di nuovo aggiunge a quanto già doveva esserti noto da sempre; tutto è scritto, di nuovo è appena un fatto di calendario. Eppure è l’evento che tutto muta e di altra natura si fanno le cose e i giorni. Subito senti il tempo franarti fra le mani, l’ultimo tempo, quando non vedrai più questi colori e il sole, né con gli amici ti troverai a sera. Dunque, per quanto ancora, Signore, potrai aspettare? E quando verrai a chiamarci tutti quanti per essere con Te, in eterno, nel tuo cuore?”. E così sia. Don Enrico Vago