Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, ancora una volta scusate la voce, ma non ce n’è un’altra di riserva (cerchiamo di fare fatica un po’ tutti, e chi parla e chi cerca di ascoltare). Quella di oggi, carissimi fratelli e sorelle, è una domenica che ha un titolo un po’ strano: è la domenica prima del martirio di san Giovanni Battista; infatti, in settimana, nella liturgia, celebreremo il giorno del martirio, della decollazione di san Giovanni Battista. La Chiesa ci invita in questa domenica a dare un impegno di riflessione maggiore a questo personaggio che abbiamo sempre un po’ tutti trascurato: san Giovanni Battista è l’uomo più santo tra i nati di donna - dice Gesù. Come dunque dobbiamo venerarlo ed essere attenti alla sua parola? Soltanto nel tempo dell’Avvento ogni tanto lo ricordiamo. Allora vediamo in queste domeniche di dare un pensiero particolare alla sua figura, alla sua parola, alla sua testimonianza verso Gesù Cristo.

San Giovanni Battista diventa un personaggio allegorico cioè un continuatore della profezia del vecchio patto, un simbolo dell’antica alleanza; infatti Gesù l’aveva definito che avrebbe solo visto la Terra promessa (come Mosè), ma non l’avrebbe abitata. Vediamo un poco di addentrarci nel significato mitico, teologico, spirituale di Giovanni. Bisogna andare indietro, nel suo retroterra psicologico, per tentare di recuperare quella concreta umanità che sembra sfuggirci dalle mani perché soverchiata dal simbolo, al punto che se vogliamo reperirla dobbiamo farlo a nostro rischio affidandoci alle intuizioni e quindi affacciandoci alle ipotesi che possono essere sbagliate.

Cominciamo ad interessarci alla vocazione di Giovanni al deserto. In realtà non era una novità, anzi era una tradizione in Israele e anche presso altre forme religiose, che i profeti fossero spesso solitari. Il deserto vuol dire molte cose: la povertà, l’austerità, la spogliazione, il digiuno del corpo e del cuore, l’ascolto e l’attesa di Dio, il conversare silenzioso con Lui. Io credo che ci siano molte dimensioni del deserto, dalle più austere e purgative alle più gioiose e sponsali; e ciascuno trova la propria forma di interiorità (ogni eremita e anche ogni uomo) perché, ricordiamoci, in ogni uomo sonnecchia un eremita che si realizza a tratti e solo in qualcuno balza fuori di forza e si fa largo per andarsi a cercare il suo deserto, quel tipo e quel timbro di silenzio che gli è più congeniale.

Così anche in Giovanni lo spirito eremitico crebbe e si impose di prepotenza; volente o nolente, non sappiamo, lo trascinò nel silenzio e lo inghiottì. Perché l’eremita è un uomo mangiato dal silenzio e che magia il silenzio: un uomo mangiato, triturato, cancellato in ogni sua mondanità e nutrito dal Verbo silenzioso del Padre. Che cosa fosse per Giovanni questo silenzio del deserto - che può essere motivo di insegnamento per noi - se, per esempio, fuga dalla lusinghe del mondo o attesa e comunione col Signore? Beh, non ci è detto, ma se l’uomo fu in qualche modo omogeneo con il suo simbolo, in sintonia con la missione che poi doveva esercitare, è lecito supporre che il suo deserto fosse a metà tra la mortificazione e la consolazione, tra l’ascetismo cupo di chi ti sente lontano, oh Signore, e l’estasi gioiosa di chi ti avverte prossimo, presente, in dialogo con Te!

Per Giovanni, Tu Gesù non eri ancora presente, però eri in arrivo: eri lontano, ma ti stavi avvicinando. La sua quindi dovette essere un’attesa gaudiosa e trepida, già percorsa dal presagio della venuta, una sorta di stagione dell’avvento a livello personale che sintetizzava l’attesa di tutto il popolo e l’attesa di ciascuno di noi. Un deserto penitenziale perché ancora priva del tuo arrivo, ma anche di una penitenza che a scatti si faceva dolce e tenera, già venata di gioia perché alla soglia dell’incontro, una sorta di acerba primavera con l’erba che preme sotto il piede al gelo. Come del resto il suo deserto, terra arida e secca, con venature fulve e verdastre e il plumbeo sfondo del Mar Morto, ma accanto vi scorreva il Giordano e dove c’è un fiume non c’è più deserto, ma acqua, verde, giunchi, rane che saltano, e lì, a due passi, c’era Gerico celebre per le sue rose.

In questo deserto, carissimi fratelli e sorelle, in quel clima viveva dunque Giovanni. Tra le ore del giorno e quelle della notte amava soprattutto l’alba come il presagio di chi deve venire. E l’acqua, là nel Giordano e nel Mar Morto, era più luminosa del cielo perché la più grande teofania dell’alleanza ora sarebbe avvenuta in Terra nella carne di un Uomo. E Maria, il grande mare, la grande acqua luminosa, la grande terra gravida di cielo.

Giovanni non poteva sapere tutto questo, ma forse ripeteva i versetti di Isaia: “Grondate cieli dall’alto, nubi fate piovere il Giusto, si apra la terra e germini il Salvatore”. Il muto deserto in attesa della Parola detta in Terra da Dio era questo; l’alba tutta tesa all’evento era questo; il sole che stava per sorgere era questo: Lui Gesù, il sole, sorge nel nostro cuore!

Manda oh Signore dal cielo il tuo Spirito e rinnoverai tutte le cose della Terra e rinnoverai tutti i cuori della Terra. E così sia.

Don Enrico Vago