Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, stiamo parlando della figura di Giovanni il Battista, ne abbiamo parlato e forse ne riparleremo ancora di questa figura che illumina il tempo della liturgia di questo periodo. Oggi vediamo brevemente i sentimenti che sono passati nel cuore di Giovanni il Battista quando è arrivato Gesù dal Giordano. Giovanni il Battista e Gesù si erano incontrati sul Giordano. Pensiamo al fatto che anche noi ci incontriamo con Gesù, chi in questa vita chi nell’altra vita, come Carlo Maria Martini che in questi giorni si è incontrato nella gloria con Gesù.

Ebbene, che cosa ha provato nel cuore Giovanni il Battista in quel giorno, in quella sera, forse in quella notte? L’alba di quella giornata lo trovò ancora, Giovanni, nel suo difficile equilibrio, più perplesso, più dubitoso che mai: la venuta di Gesù era stata rapida, come una folgore, come un lampo bianco; e un buco nero là dove era caduto. E il buco nero rimaneva, ma la luce, quand’è così fulminea, non lascia tempo di vedere se illumina qualcosa o il nulla. E se dietro alla luce c’era solo la luce, un bel fondale d’aria e dopo il vuoto? E lui, Giovanni, si era lasciato prendere, incantare, come un bambino o una donna, di fronte alla visione di Gesù. Ma se Tu, oh Gesù, invece eri davvero l’atteso, che cosa ci stava ancora a fare Giovanni: a spianare una via che era già diritta? Perché già Tu c’eri.

L’alba di quel giorno non aveva più la tensione di prima; anche lui, Giovanni, si sentiva come un arco allentato, senza più nervo, come svuotato di se stesso e della sua funzione. Allora preparare che cosa se Tu, Gesù, eri già venuto? E se invece non eri venuto, allora non eri Tu Colui che dovevi venire!? Ora Giovanni veniva a conoscere davvero la sua crisi d’identità e a tratti si sentiva come una brocca vuota che tutto ciò che doveva dare aveva dato; anche la sua spiritualità oscillava a secondo che prevaleva il dubbio o la speranza: è Lui o è quello che dovrà venire? Forse quella caduta di tensione era colpa tua?

Di quella sera di languore che l’aveva anche turbato, a volte quasi se ne vergognava: essersi lasciato andare così, lasciatosi sommergere in un mare di nulla. Una dolcezza che a dire perché non l’avrebbe saputo. La parte più aspra della sua natura si rafforzava nel digiuno, proferiva in invettive sanguinose e diceva: “Razza di vipere! Chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira che vi sovrasta? La scure è posta alla radice dell’albero”. Eppure, quel giorno e quella notte gli avevano scavato una vena di dolcezza che non si richiudeva né si sarebbe chiusa più; la portava dentro di sé, nascosta come un tesoro vergognoso; gli dava dei desideri teneri, di prati, di fiori, di bambini. Qualche volta di notte o di prima mattina, andava furtivamente a vedere i giardini di Gerico, le rose che traboccavano sui muri, quelle acerbe dai bocci turdidi e quelle velocemente sfatte sui petali caduti a terra sull’erba. E se non era Lui? Se non era Lui, li calpestava quei fiori, Giovanni. Quasi con rancore tornava nel suo deserto di pietre, di crete, verdastre di sole crudo.

Ma poi finalmente un giorno, la tua fama, oh Gesù, cresceva e il tormento di Giovanni pure. E allora Giovanni ti mandò alcuni suoi discepoli a porti direttamente la domanda: “Sei Tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”. Anche a questo riguardo noi gli abbiamo prestato una certezza. Ma io non credo, Signore, che Gesù inscenasse questa piccola commedia con i tuoi discepoli solo per convincere i suoi. Forse era proprio lui, Giovanni, che voleva sapere, togliersi quel tarlo che era il suo più vero deserto; e lo misurava persino da se stesso, da una missione non più riconoscibile, per lasciarlo solo in compagnia del suo dubbio: “Sei Tu o dobbiamo attenderne un altro?”. Sapere voleva, sapere; e sapere chi eri Tu, oh Gesù, significava anche sapere chi era lui, Giovanni, che cosa doveva ancora annunciare e fare e credere. Ma Tu, oh Signore, non volevi dirglielo, ma solo fornirgli degli indizi; lo lasciavi con quella sua ferita dolce che si apriva nel cuore ogni tanto nelle notti serene e lui la ricopriva subito; e non sapeva se era pudore o vergogna.

Ma ecco Erode rinchiude nel carcere Giovanni. La prigionia per la sua parte più dubitosa e cupa fu quasi un sollievo; non sarebbe più andato a Gerico, non avrebbe più visto prati molli, occhi di donne e di bambini, ma solo mura nude e facce cupe di sgherri. Era il deserto senza più evasioni, era il digiuno senza nemmeno la dolcezza del miele, ma solo la brodaglia della caserma. Se Dio si serve dell’austerità, ecco egli, Giovanni, era servito; se poi il Signore si serve dell’amore, Gesù serve Giovanni lo stesso di un amore duro, ferrigno, senza dolcezze. La finestra del carcere era tanto piccola e alta che il cielo non lo vedeva più: né l’alba tesa né il tramonto stremato né le stelle, soltanto un muro nero. Forse era bene così che l’attesa (se era tempo d’attesa) si consumasse duramente e le rose fiorissero dopo.

Poi venne il giorno; sapeva che gli adulteri lassù nelle sale alte del palazzo avevano danzato e banchettato, lascivia e crapula. Che c’era in comune tra quella gente di sopra e lui nel sepolcro della prigione? Solo quella mannaia che scendeva le scale sopra le spalle di un soldato, un filo d’odio ferrigno che dalle sale del banchetto veniva a rintracciarlo, giù, come un topo nel buio. Odio no, ma disprezzo granitico come una pietra del deserto. Quando Giovanni comprese gli batté il cuore rapido, per poco; si era fatto poi coriaceo e duro. Misurò l’arco della scure per valutarne il filo e all’improvviso gli parve l’arco della luna. Cosa gli succedeva? Forse di nuovo si lasciava andare nella dolcezza, ma non aveva più vergogna né desiderio di farsi duro e rude, di ferro e di pietra; era diventato prato, acqua. E a quel pensiero, di dover morire, gli venne incontro la vita senza rimpianti, come una cosa sua, e che neanche la morte avrebbe più potuto prendergli; lui se l’era strappata foglia a foglia la vita, fino a restare un ramo nudo, ma adesso si sentiva ancora rifiorire come un pesco di marzo. Nemmeno più gli adulteri lassù avevano durezza; e di Salomè pensava solo alle braccia bianche, dolci, senza peccato.

Lo legarono come si lega una vite con i giunchi; a terra il bacile d’argento lumeggiava come il Giordano all’alba. Chinò il capo e i lunghi capelli spiovvero come i rami di un salice piangente di dolcezza nell’acqua.

Carissimi fratelli e sorelle, abbiamo riletto il fatto della decollazione, del martirio di Giovanni il Battista, il Precursore di Gesù. E così sia.

Don Enrico Vago