Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

È la terza domenica di ottobre; ogni anno nella liturgia ambrosiana, in questa domenica, si celebra, si ricorda, si vive il fatto della consacrazione del duomo di Milano, consacrato al culto di Dio da san Carlo Borromeo quando erano quasi terminati i lavori del duomo (anche se noi sappiamo che la fabbrica del duomo è sempre in movimento). E allora mettiamoci in questa atmosfera liturgica, festa del duomo, festa della nostra casa cattedrale, quella chiesa di tutti ove siamo chiamati alla unità; e il vescovo è il segno di questa unità.

Entrando nello spirito liturgico di questo anno, sentiamo parlare (ormai tutti ne abbiamo sentito e magari anche parlato) che questo è l’anno della fede; non perchè sia un anno particolare in cui siamo chiamati a credere, perché la fede è l’indumento spirituale interiore che il cristiano dovrebbe sempre avere in sé, ma comunque è giusto entrare in questo spirito. E allora approfittando della festa cattedrale, della nostra chiesa, la sede della nostra preghiera di fede, diciamo una parola introduttiva proprio sul tema della fede.

Prendiamo lo spunto dalla lettera ai Romani; dice così: “Se confesserai con la bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo”. Bisogna credere, cioè accogliere, come certissima ed emozionante verità, che Cristo è vivo; questa è la fede. Cristo è vivo adesso: questa è la nostra fede. Se nel mio cuore, cioè nel mio mondo interiore, in cima ai miei pensieri, all’origine delle mie decisioni esistenziali, io mi lascio afferrare dalla persuasione che Gesù c’è, che non è un mito, che non è il personaggio di un libro, che non è qualcuno dei defunti protagonisti della storia chiamati “i grandi”, ma ormai ridotti in polvere come i piccoli su cui credevano di dominare, se noi crediamo che Gesù è un uomo che anche oggi è vivo e mi vede e mi ascolta ed è capace di strapparmi al peccato, alla disperazione, all’incubo dell’annientamento della vita, allora vuol dire che davvero mi sono incamminato verso la mia autentica redenzione dal male: sono veramente salvo.

Dunque prima di tutto ci vuole dentro di me la fede nel Signore che è risuscitato dai morti. Ma tutto questo non basta. Bisogna anche che io tiri, da questa certezza trasformante, la conclusione più ovvia, vale a dire: è necessario allora che confessi con la mia bocca che Gesù è il Signore. Una fede che restasse racchiusa nel segreto della coscienza, ben riparata dalle intemperie della vicenda umana e non si facesse pubblica testimonianza, principio di una obbedienza fattiva in tutti i campi della signoria di Gesù, professione del primato di Cristo in faccia a tutte le potenze mondane, tutta questa fede non basterebbe a salvarci. Dobbiamo far sapere a tutti, con le parole aperte e con le coerenti scelte di vita, che non vogliamo avere altri padroni della nostra coscienza, altri maestri, altri liberatori, all’infuori di Colui che è stato costituito erede di tutte le cose, che è la Verità fatta persona, la benevolenza di Dio che ha assunto un volto d’uomo in mezzo all’umanità senza senno, senza costanza, senza amore, senza misericordia, come dice bene la lettera ai Romani. Egli è il solo che può preservarci dai vari condizionamenti e da molti asservimenti che da più parti ci insidiano.

La fede può essere allora descritta come la capacità di recepire e di godere la bellezza di tutto il divino progetto che è dentro di noi, che è fuori di noi, che è nell’universo. Chi non ha fede spesso ironizza, si annoia, irride, disprezza, deprezza ciò che non gli riesce di vedere. Infatti la cultura dominante del nostro Paese, con tutti i suoi mezzi di comunicazione e di persuasione, pare talvolta presa da questa triste ossessione, cioè far apparire brutta, vecchia, sorpassata, la vita cristiana con le sue speranze e le sue persuasioni. Così ci si preclude ogni contemplazione della Verità.

La fede allora, cioè l’accoglimento con tutto l’essere del Signore Gesù crocifisso e risorto, nel quale si compendia ogni iniziativa di Dio per la nostra salvezza, questa fede è la roccia sulla quale si può costruire una esistenza certa e degna, sottratta al pericolo dell’asservimento, alle molte violenze, alle molte astuzie, alle molte corruzioni interiori ed esteriori che cercano davvero di dominarci.

Ecco allora il nostro desiderio di fede: “Signore sii Tu la roccia sulla quale potremo costruire saldamente la nostra fede”. E così sia.

Don Enrico Vago