Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, ogni anno, in un giorno come questo dedicato a tutti i santi ma, nel sentimento prevalente del popolo, dedicato soprattutto alla commemorazione dei defunti, mi avviene di dover sottolineare la suggestiva sapienza, probabilmente non intenzionale, che si nasconde in questo accostamento; o almeno, che io sento in questo accostamento e che voglio cercare di testimoniare.

La vicinanza con il giorno dei morti ci persuade a non alienarci in contemplazione di paradisi perduti, troppo lontani dalla nostra esperienza, dalla ragione e dal realismo della Parola di Dio, frutto più di fantasie compensative che di questa coerenza di fede. Dall’altra parte, dominati dalla pietà per i defunti, posseduti dal brivido del presentimento che quello è il mondo che ci appartiene, la vicinanza con la gloria dei santi getta luce su questo nostro futuro e ci invita a pensarlo senza disperazione. Questo è il connubio tra due giorni che nel loro insieme creano una liturgia singolarissima, che nella mia personale valutazione è un momento profondo, importantissimo nel giro dell’anno liturgico. Separare questi due momenti significa cadere in diversi paganesimi: il paganesimo della alienazione religiosa e il paganesimo della disperazione.

Ma quanti sono questi santi? E mi trovo davanti una moltitudine senza numero. È significativo il fatto che Giovanni il veggente, che scrive l’Apocalisse, non sa neppure contarli, non sa chi sono questi santi, né da dove vengono; inutile stare a contarli e farne l’elenco. Quelli che contiamo è perché li conosciamo e se li conosciamo è perché sono un po’ privilegiati nella nostra memoria, ma ricordiamoci che il privilegio non è sempre una virtù dei santi; e quindi magari anche loro non sono del tutto santi. Perché chi ha il privilegio di essere conosciuto confonde, in fondo, i vantaggi della distinzione, i vantaggi del potere.

L’immensa turba anonima che attraversa la storia senza lasciare di per sè un’orma conserva forse il fermento di questo amore di Dio e degli uomini, di questo ripudio della violenza che noi non abbiamo ben capito; noi, che apparteniamo magari alle classi dirigenti, non abbiamo ben capito. Anzi, quando sentiamo un uomo del popolo, semplice, che dice “Io le armi non le voglio”, ridiamo di lui perché non capisce, non sa qual è la necessità del fare politica e dello stare nella vita sociale. Non solo siamo nel peccato, ma abbiamo la presunzione che il nostro peccato sia virtù, che la nostra stoltezza sia sapienza.

Carissimi, lasciando stare un giudizio analitico sul passato, che non è il nostro compito ora, per essere santi secondo il progetto evangelico occorre scegliere con coerenza un progetto di vita, personale e collettivo, in cui sia bandito il dominio, lo spirito di potenza, il dominio di chi ha su chi non ha, cioè la fiducia dello strumento della forza. Un progetto, invece, in cui prevale la preferenza di stare nel numero degli afflitti piuttosto che nel numero di coloro che affliggono, prevale la fame della giustizia che non ci lascia in pace, la misericordia per tutti coloro che ci hanno offeso e che ci calpestano, prevale la purezza del cuore che non subordina lo spirito a nessun interesse che non sia quello della realizzazione del disegno di Dio.

Queste condizioni ci danno l’immagine dei santi autentici. Se questo è vero, allora grazie a Dio i santi ci sono; per lo più sono sconosciuti, ma non tutti. Soprattutto mi vengono in mente gli umili, i semplici, quelli che, se chiudo gli occhi e mi abbandono alla memoria, vedo nel mio passato e nel mio recente: vedo uomini e donne innumerevoli. Potremmo anche farne il nome, ma questo non ne aggiungerebbe niente.

La congiunzione di cui parlavo all’inizio tra la memoria dei santi, che è memoria di luce, e la memoria dei defunti, che è memoria a volte di tenebra, porta in sé qualcosa di straordinario. Perché quando si dice “Beati i poveri” dobbiamo pensare anche a questa nostra povertà di vita che è la nostra condizione mortale: il fatto che tutti siamo chiamati a morire, che ciò che c’è in noi di più nobile e di più bello viaggia su piedi di argilla che da un momento all’altro si spezzeranno. Questa povertà di vita è talmente grande che ci fa alzare gli occhi al cielo dubitosi. Ci fu un grande filosofo che disse che la prova che Dio esiste è proprio qui: nel fatto che le virtù che solo valgono, che danno senso alla vita, non sono riconosciute in questo tempo presente. E allora? Sarebbe un assurdo terribile se tutto si chiudesse con questo non riconoscimento della virtù che veramente vale, con il trionfo dell’iniquità che veramente non vale.

E allora che cosa ci soccorre? Il postulato è l’esistenza di Dio; ma io non mi affido a questo argomento, dato che ogni argomento, che vuol fare da passerella tra noi e il mistero di Dio, oscilla sul puro vuoto, a volte. Dico soltanto che se viviamo secondo questa scienza, abbiamo anche il diritto di alzare gli occhi al cielo dubitosi e perfino a volte scandalizzati. Perché mentre dico (e lo dirò tra poco con voi) il Padre nostro, ho sotto gli occhi l’immensa tribolazione di questo mondo; e mi domando: “Come puoi Tu, Dio che sei nei cieli, essere Padre se il mondo è così tribolato?”. Non è un argomento offensivo; anzi, ogni preghiera che non ha in sé questo interrogativo è una preghiera falsa. Questo argomento rimane come garanzia di autenticità; infatti la fede non è la fine dei dubbi: la fede viva si alimenta dei dubbi come la candela della cera. E ancora una volta riusciamo a capire come la fede è il dono supremo che Dio fa a noi poveri uomini in questa terra straniera.

E allora sempre preghiamo: “Signore, Tu che sei buono, vieni in aiuto alla pochezza, alla debolezza della nostra piccola fede”. E così sia.

Don Enrico Vago