Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, mi ha colpito, penso anche a voi, quella frase centrale del vangelo di oggi: “Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va; così è chiunque è nato dallo Spirito”. Mi sembra questa una definizione della nostra umanità, la nostra materia, che è frammista alla presenza dello Spirito, quello Spirito che non sai da dove viene, non sai dove va, eppure c’è, lo sentiamo dentro di noi; fascia la nostra materialità ed è sempre presente in noi. Ecco allora il rapporto tra la nostra vita materiale, la nostra materia, e lo Spirito di Gesù Cristo, quello Spirito che ha fatto sì che il Figlio di Dio potesse nascere uomo con la carne che abbiamo noi. E ci domandiamo: qual è il rapporto che esiste tra la nostra materialità e quella materialità che viene da Dio che si fa uomo attraverso l’Incarnazione? Io dico che la risposta a questa domanda è: la povertà. Cosa strana; ci saremmo aspettati qualsiasi altra risposta, ma è proprio questo sostantivo, la povertà, che ci unisce intimamente nella nostra umanità materiale allo Spirito di Cristo che si fa uomo nella nostra carne.

Ricordiamoci che la nostra vera, più grande povertà non è la privazione dell’oro, dei piaceri, degli onori del mondo: la nostra più grande povertà è quella del limite che questo nostro vivere comporta. Infatti la nostra vita è una possibilità unica, non può essere rifatta, non è reiterabile. Che per il fatto di realizzarsi, la nostra vita, uccide, fa morire ogni altra ipotesi, cosicché il vivere è sempre a decremento della vita, è sempre il prezzo del morire; e per una esistenza, la nostra, un numero indefinito di altre esistenze si estingue; ci sfuggono.

Carissimi, vi confesso che ho peccato; quand’ero piccolino, la vita mi era tutta davanti come un grande libro che avrei potuto scrivere come volevo io. Invece mi sono accorto che la vita ho dovuto scriverla in un solo modo possibile tra i tanti; ero angosciato da questo fatto. E mi sono accorto che scegliere vuol dire anche rifiutare e, se è anche vero che l’uomo si realizza scegliendo, è vero anche che si realizza morendo ad altre indefinite ipotesi di vita che la sua stessa vita neutralizza. Allora mi domandavo: è forse questo il peccato d’origine? Più che peccato, situazione esistenziale, dolente dramma metafisico in cui Dio stesso ci aveva immersi creandoci, né avrebbe potuto fare nemmeno Lui diversamente. E per questo, allora pensavo, Lui stesso doveva farsi carne, finitezza, limite, peccato (direbbe san Paolo) per redimere ciò che aveva Lui stesso avvilito.

Questa è la Incarnazione; probabilmente non ero molto ortodosso, ma non ne sono sicuro poi; ed è certo che la Pontificia Commissione Biblica non sarebbe stata tanto d’accordo con me (almeno oggi; fra un paio di secoli non so). Allora mi sentivo angosciato a lungo da questo limite dell’uomo e quando il nodo si sciolse mi vennero fuori questi pensieri che adesso vi racconto così:

Tu, oh Gesù Cristo, sei uomo, ma quando eri Dio e ti sei fatto uomo, potevi imboccare quelle strade che portano oltre le strade dello spazio infinito. Lo spazio infinito era il tuo regno, oh Signore, eppure volesti per un momento rinunciarvi e facesti anche Tu le nostre strade come uomo, strade fatte di siepi, di paracarri, di chilometri, di cartelli segnaletici. Accettasti di vivere una sola vita soltanto, una vita breve; e accettasti una sorte unica e limitata; accettasti insomma, ecco la povertà, di essere come noi tutti sepolti nel finito, nel limite. E il venire sepolti nella terra è appena un segno di questa sorte metafisica. Allora la nostra pia meditazione si ferma a considerare l’esempio di povertà che Tu ci hai dato scegliendo di vivere da povero in una bottega artigianale. Ma la povertà non fu tanto nello scegliere la povertà, quanto nello scegliere una vita sola da vivere. Le tue scelte, Signore, non possono confrontarsi con le nostre: non hanno l’imperfezione, il condizionamento, la scarsa libertà; però ne hanno in comune uno, cioè il limite. Nell’infinito tutto ciò che puoi essere, Signore, Tu sei, ma come scendi sulla Terra, prendi la carne come noi e non puoi essere tutto ciò che un uomo può essere, neanche a livello umano, perché il livello umano consiste nell’essere solo qualche cosa, e una cosa per volta, scaglionata nel tempo e nello spazio, segnata dalle strade e dalle siepi. Perché dicendo uomo infatti diciamo finitezza e indefinibilità di situazione, sì che dobbiamo chiederci: Uomo, ma come? Il tuo come è limitato e circoscritto al pari di tutti i come degli uomini. Tutti i tempi e i luoghi e le vite ti stavano davanti, ma era un ventaglio impossibile da scegliere, da viversi, anche da Te, Dio, una volta che hai accettato di essere uomo. E da quelle possibilità innumerevoli dovesti sceglierne una sola che avrebbe avuto i limiti di ogni nostra esistenza; e fu la tua prima e più grande povertà. Ma Tu non ti sei seduto a piangere davanti al bivio delle scelte; quel bivio l’hai amato perché era il segno del tuo segno: il segno di quel tuo Amore invalicabile che all’Amore stesso ha segnato limiti, confini, dandogli un cuore di carne, imprigionato dentro un petto di uomo. E Tu l’hai accettato anche per il tuo amore umano che non potè essere infinito, ma solo tendere all’infinito. Hai accettato, Signore, di essere quello che siamo noi uomini, con una fede di nascita e un’anagrafe. Tu non sei nato qui dove abito io, né hai conosciuto in terra il profondo silenzio delle nebbie, il ricamo dei ghiacci, il candore abbagliante delle nevi; Tu non hai vissuto le nostre stagioni culturali, non hai visto le basiliche romaniche o la pittura senese del 300, non hai ascoltato Bach e, nemmeno più indietro, non hai goduto la grande statuaria egizia e nemmeno, sebbene fosse al tempo tuo ma separata dalla geografia, hai goduto la scultura dei greci. La tua vita ha avuto tutte le nostre limitatezze. L’essere il Nazareno ti definisce, ma ti limita; l’incarnazione nella tua cultura ti immette nella corrente storica, ma ti sottrae alla totalità. Perché questo significa essere uomini. E l’assumere condizioni di servo significa assumere, prima di ogni altra, questa essenziale servitù, questa povertà, che vuol dire nascere e vivere in un piccolo spazio e in un breve tempo, finire in quella terra madre e matrigna che ci ha nutrito e rinchiuso. Questo deve essere durissimo per te come Dio fatto uomo, perché è duro talvolta anche per noi uomini. Tu certo quel limite l’hai amato e anche insieme lo soffristi, ma dovevi insegnarci che l’infinito si raggiunge nel finito, la vita attraverso la morte, la ricchezza vera per mezzo della povertà.

Oh Signore, allora donaci di vivere in consapevolezza il nostro limite, la nostra povertà di uomini, perché in essa si manifesta la potenza creatrice e rinnovatrice del tuo Amore senza limite per noi. E così sia.

Don Enrico Vago