Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, qualcosa di un po’ strano questa domenica; leggendo la Parola di Dio mi sono imbattuto in una frase che mi ha colpito, una frase della Genesi che dice così “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse”. Mi sembra di leggere in questa frase la descrizione del primo giorno del lavoro dell’uomo: Dio aveva preparato il giardino dell’Eden, vi aveva piantato gli alberi, aveva irrigato questo giardino in modo stupendo, ma mancavano i lavoratori; e allora il Signore prese gli uomini seduti alla camera del lavoro e li mandò dentro il suo giardino perché lo coltivassero e lo custodissero. Nel primo giorno del lavoro dell’uomo (lo possiamo considerare così) che cosa avranno provato questi uomini? Quello che proviamo noi ogni giorno quando ricominciamo da capo il nostro impegno di lavoro; ogni mattina, quando riprendiamo il nostro cammino, ridiventiamo uomini del lavoro; homo faber, l’uomo lavoratore, noi siamo così. Quello che proviamo al mattino di ogni giorno, l’hanno provato questi primitivi uomini entrando nel giardino dell’Eden.

E allora quali i nostri rapporti, che sono del tutto simili a quello degli operai del giardino dell’Eden? I nostri sentimenti innanzitutto nascono dall’inno stupendo di sant’Ambrogio, il quale dice: “Oh sole di salvezza, Gesù, rifulgi nell’intimo delle menti ora che è passata la notte e più gradito rinasce i giorno. Viene il giorno, il tuo giorno oh Signore, in cui tutte le cose rifioriscono e noi pure ci rallegriamo ricondotti sulla retta via della tua destra. Ti adoro prostrato, oh clemente Trinità Dio dell’universo; e noi, rinnovati dalla grazia, ti canteremo un canto nuovo”.

E quale può essere questo canto nuovo che dal nostro cuore, all’inizio del giorno di lavoro, s’innalza verso il Signore? Ecco, Signore, ecco che ora mi sento giovine come se tu mi avessi creato questa notte, come se io vedessi il mondo per la prima volta; e infatti è così perché tu mi crei continuamente e io vedo sempre cose nuove. Il giorno di ieri fu ieri ed oggi non è più; il giorno di domani sarà domani e Tu ancora non l’hai inventato: solo il giorno presente mi appartiene o forse io appartengo a lui, consegnato al ritmo del tempo e delle cose. Perciò questo giorno che Tu mi hai dato da vivere è veramente il primo e sarà l’ultimo; ne vivrò altri come altri ho ne già vissuto, saranno magari somiglianti, magari uguali, ma non saranno questo, unica e irripetibile occasione che, mentre vivo, mi si consuma in mano. Dammi di viverlo, Signore, con l’intensità, la cura e quasi l’avarizia che si conviene alle cose che non si avranno mai più; che non mi lasci sfuggire ciò che di buono esso mi offre perché questo è il tuo amore quotidiano che ogni giorno ha un nome nuovo. E difendimi, Signore, dalla stanchezza, dal disincanto, dalla noia. Conserva in me la vitalità giovine e intraprendente delle prime ore del mattino: che il sole non l’inaridisca, che il meriggio non l’abbagli, la sera non lo spenga, ma che lo scorrere del tempo lasci intatta la gioia mattutina. Il lavoro non mortifichi il fervore, ma solamente lo maturi, lo renda più consapevole e più fermo, sicché alla fine del giorno sia ancora giovine; ma giovine come può esserlo un adulto senza facilità, senza illusioni e con la certezza che il tuo Amore è più grande di ogni mia attesa; e che non c’è utopia che ti raggiunga. Facci apprezzare allora, oh Signore, la dignità del lavoro, la dignità propria di ogni azione di lavoro; che non abbiamo un aristocratico disdegno per l’umile lavoro delle mani né un demagogico disprezzo per la sottile fatica delle menti, ma entrambe sappiamo amarle ed apprezzarle perché sono il prolungamento della tua destra creatrice. Oh Signore, che il calzolaio sia lieto di proteggere i piedi dei fratelli dal freddo e dal morso delle vipere, aiutandoli più agevolmente a camminare. Che il muratore sia lieto di costruire case dove gli uomini possano riunirsi a vivere, a discorrere, a dormire e a risvegliarsi al nuovo giorno. Che il falegname sia lieto di costruire gli armadi per riporre i vestiti dell’inverno e di costruire i tavoli e le sedie per riunirci la sera a cenare. Che l’elettricista sia lieto di prolungare la luce quando il sole tramonta e le finestre illuminate risplenderanno nella notte a confortare il viandante solitario, promettendogli caldo e ospitalità. Che l’artigiano sia lieto di fabbricare gli oggetti di uso quotidiano che aiutano gli uomini a vivere. Che l’artista sia lieto di inventare forme, suoni, luci, colori, una danza di creazioni quasi inutili, ma necessarie per vivere da uomini. Che l’insegnante sia lieto a educare i piccoli nel vedere più in là del cibo, del riposo, del divertimento e a scoprire l’inesauribile ricchezza del tuo mondo nel cuore e nella vita dei giovani e dei bambini. Che il sindacalista sia lieto do difendere l’umile e il povero e il politico di organizzare un mondo più giusto di rapporti e, quando non lo fa, che il giornalista sia lieto nel denunciare la corruzione e l’arrivismo. E che perfino il giudice sia dolorosamente lieto nel mettere sotto processo l’ingiustizia nella speranza della redenzione.

Che tutti, oh Dio, siamo contenti di lavorare con Te per il bene degli uomini e la salvezza del mondo e fa’ invece cessare altri lavori iniqui come per esempio la fabbricazione delle armi, la corruzione dell’innocenza, il mercimonio dell’amore, l’esecuzione illegale della morte e lo stesso esercizio della giustizia quando sia solo giustizia e non anche pietà. Vuota le carceri, Signore, rendi disoccupati i carcerieri. Con il metallo delle armi facci costruire giocattoli innocenti per i nostri bambini e con le inferriate delle carceri che ne facciamo oggetti per vivere per la pace. Perfino le serrature delle case divengono inutili e chi bussa alla porta sia soltanto l’amico. Questo, Signore, certo avverrà alla fine del tempo, ma una parte piccola di questo stato di vita donalo anche a questa anticipata eternità che è già la nostra storia, che è già il nostro tempo.

E allora mentre lavoriamo in questo itinerario di lavoro, oh Signore, mettimi dalla parte giusta: Signore fammi essere un uomo di pace, ma anche un uomo di guerra: intendo dire che non mi accontenterò di una pace qualsiasi in cui l’ordine sia stabilito sopra l’ingiustizia, ma lotterò per una pace che sia fondata solo sull’amore. E allora in questa lotta mettimi, ho detto, dalla parte giusta, oh Signore: col debole contro il potente, con l’indifeso contro l’agguerrito, col povero contro il ricco, con l’ingenuo contro il furbo, col candido contro il malizioso, col vinto contro il vincitore, con la vittima contro il carnefice, con l’oppresso contro il tiranno, col ladro di polli contro il giudice corrotto, col derubato contro il truffatore, con l’umile contro l’arrogante, col disarmato contro chi ci sa fare, col pubblicano contro il fariseo, con l’adultera contro i suoi lapidatori, con la Maddalena contro i suoi rispettabili clienti. Oh Signore, con Te e contro chi ti vuole rimettere sulla croce! E così sia.

Don Enrico Vago