Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Carissimi fratelli e sorelle, quante volte abbiamo ascoltato questa semplicissima storiella inventata da Gesù con il fine di tenerci al nostro posto, a non alzare troppo il pensiero di essere bravi in confronto degli altri: l’invito alla umiltà del cuore e la stima verso tutti quanti, anche a quelli che non sono qui tra noi, anche a quelli che non si vedono mai qui in questa chiesa perché stanno solo sul limitare. Vediamo allora di ricavare un pensiero e un insegnamento da questa parabola, che sembra molto semplice, ma che in realtà nasconde tanti tanti insegnamenti. “Due uomini salirono al tempio per pregare”; apparentemente sono due i protagonisti della parabola, in realtà c’è anche un terzo personaggio che osserva la scena, magari piantato dietro una colonna del tempio; quindi due uomini colti nel momento della preghiera è lì vicino il Signore che li osserva.

Chiediamo a questi uomini la loro carta di identità. Il fariseo: appartiene al partito dei giusti, è un accanito lettore della legge, è uno scrupoloso osservante della legge; moltiplica le pratiche di devozione, le preghiere, i digiuni, le novene, le elemosine: è un fedele esecutore delle minime prescrizioni legali. In realtà bada più alla facciata che all’interno, più all’apparire che all’essere; è intaccato fin nelle midolla dal bacillo della ipocrisia. E guadiamo l’altro: il pubblicano, che esercita il poco simpatico mestiere dell’esattore delle imposte al servizio dei Romani o magari anche di Erode. Religiosamente non è esemplare, non si preoccupa granché delle regole di pietà dei farisei; è sempre impuro, infatti non si dà gran pensiero di lavarsi cento volte al giorno e non lava neppure i legumi acquistati al mercato, come dice la legge; però non è necessariamente un miscredente.

Guadiamoli nella preghiera. Il fariseo avanza con passo deciso, sta in piedi, pettoruto, e attacca la sua preghiera che è tutto un invito rivolto a Dio a prendere in considerazione le sue buone azioni. Più che pregare, “si prega” o, se vogliamo, si racconta: “Io digiuno due volte alla settimana, pago le decime di tutto ciò che acquisto...” (era onesto questo uomo!). Quasi per far capire al Signore l’importanza di tutte queste cose e per sottolinearne l’eccezionalità, ha fatto precedere la sventagliata delle proprie benemerenze dall’elenco dettagliato delle malefatte altrui: “Oh Dio, ti ringrazio perché non sono come il resto degli uomini che sono rapaci, ingiusti, adulteri”. E mentre prega, questo pavone sacro le cui parole sono come una sconcia bestemmia, riesce ad essere anche l’uomo del torcicollo, come magari qualche volta ci capita di essere in chiesa; infatti vede il pubblicano, fermatosi a distanza, e lo chiama in causa: “Non sono come il resto degli uomini e neppure come questo pubblicano”.

Ma ci domandiamo: che posto occupa Dio nella religiosità di questo sacco di vanità e sufficienza? Il fariseo ha bisogno che Dio esista, altrimenti davanti a chi potrebbe sciorinare la propria mercanzia? Il riconoscimento dell’esistenza di Dio vi cresce per necessità di mercato. Segretamente il fariseo dice: “Tu oh Dio ci sei, per fortuna! Altrimenti a che mi servirebbero le mie virtù? E chi penserebbe a dare agli altri quello che si meritano?”.

Lui, invece, il pubblicano, il peccatore, trova immediatamente la posizione corretta: “Fermatosi a distanza neppure osava levare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: oh Dio, sii clemente al peccatore che io sono!” Il pubblicano si sprofonda nella propria indegnità come il fariseo, invece, si arrampica sul piedestallo delle proprie virtù. Il pubblicano si fa gomitolo di miseria. Non ha neppure bisogno di confessare dettagliatamente le proprie colpe; la confessione, al suo posto, gliel’ha già fatta il fariseo; si è incaricato il fariseo di risparmiargli il disturbo di sgranare davanti a Dio il rosaio dei suoi peccati. Lui non sa che sintetizzare e tirare le conclusioni: “Oh Dio, sii clemente al peccatore che io sono”. Il fariseo ha messo l’enumerazione delle colpe e lui mette il pentimento.

Ma ecco, carissimi, che a questo punto entra in scena il personaggio principale: quello che stava nascosto dietro la colonna, che ha scrutato ogni mossa, ha captato ogni parola. Adesso emette la sentenza e in tono solenne: “Vi dico: il pubblicano se ne tornò giustificato a casa sua a differenza dell’altro, perché chi esalta sarà umiliato e chi si umilia verrà esaltato”. Quantunque il fariseo ci sia decisamente antipatico, quasi senza avvedercene, ci facciamo rimorchiare da lui all’interno del tempio, della chiesa, e imitiamo il suo atteggiamento di sufficienza e di presunzione; giochiamo ai ricchi col Signore, gli snoccioliamo le nostre opere buone e lo invitiamo ad ammirarci. Andiamo in chiesa non per ascoltare Dio e le sue esigenze nei nostri confronti; gli impediamo perfino di parlare rintronandolo con le nostre chiacchiere. Andiamo in chiesa, a volte, non per ricevere, ma per dare.

Il fariseo finge di ignorare che i due poli della preghiera sono: la grandezza di Dio e il nostro nulla. Li sostituisce con altri due poli, cioè le proprie virtù e il disprezzo degli altri. Lo stesso siamo tentati, a volte, di fare anche noi. Il fariseo si costruisce un piedestallo con le proprie opere buone e con la condanna degli altri. Enumerare i peccati degli altri è una delle industrie più tragiche e imbecilli della superbia umana: si crede grande perché rimpicciolisce Dio, si crede virtuoso perché disprezza gli altri. Il peccato tipico del fariseo è quello di sentirsi un separato: “Oh Dio, ti ringrazio che non sono come il resto degli uomini”. Già, noi e gli altri, noi diversi dagli altri. Se il mondo va male, se c’’è tanta ingiustizia, se c’è tanto egoismo, se c’è tanto sudiciume, la colpa è sempre e soltanto degli altri, mai nostra.

E allora concludiamo. Abbiamo l’umiltà sufficiente per accettare la lezione del pubblicano? La vogliamo smettere di giocare ai ricchi con Dio? Sentiamo tutta la fragilità e la pericolosità del piedestallo delle nostre opere buone su cui ci siamo issati? Ci rendiamo conto che soltanto quando siamo sinceramente convinti di non avere nulla di presentabile al Signore, allora possiamo presentarci davanti a Dio? La vogliamo smettere di battere l’aria con le nostre preghiere gonfie di vanagloria e vogliamo cominciare a batterci il petto? Ci vogliamo convincere che il mondo andrà meglio quando ci sentiremo non diversi dagli altri e neppure uguali agli altri, ma peggiori degli altri?

Carissimi fratelli e sorelle, la parabola esige da noi una risposta con la vita. E per adesso insieme diciamo che i discendenti del fariseo sono innumerevoli, ma per fortuna sono innumerevoli anche quelli del pubblicano; ed è per questi ultimi che la chiesa dei peccatori diventa ogni giorno la Chiesa dei santi. E così sia. Don Enrico Vago