Sia lodato Gesù Cristo; e sempre sia lodato

Quarant’anni. E cosa sono quarant’anni se non un volo d’uccello che passa da un ramo all’altro dell’albero? È un fugace momento della vita. Vi ringrazio, carissimi “quarantenni” di avermi invitato a ringraziare il Signore con voi; mi sento anch’io giovane di quarant’anni fa (le gambe camminavano meglio, gli occhi vedevano di più, le orecchie facevano bene il loro mestiere; adesso le cose sono cambiate). Allora che cosa vi auguro e auguro anche a me, cari sposi? Un augurio solo vi faccio: l’augurio di sentirvi sempre giovani quarantenni. Abbiate fiducia perché quarant’anni, ho detto, sono un volo d’uccello che va e scompare, ma quarant’anni sono un dono di Dio che abbiamo tutti quanti ricevuto. Abbiamo ricevuto questi doni per vivere l’amore della vita, io alla mia maniera di prete, voi al vostro modo di essere padri e madri. Questa gioia della vita è quella che ci mantiene giovani. Il gusto della giovinezza della vita, questo vi auguro, carissimi sposi; non sentitevi mai vecchi. Guardate il volto dei vostri figli e vi accorgete che la vostra vita continua ancora nella loro giovinezza. Cari sposi, continuate ad essere giovani.

Diciamo un pensiero su questa pagina stupenda, che è il condensato di tutto l’insegnamento cristiano: Cristo è venuto sulla terra per essere Lui quello che si ferma vicino a ciascuno di noi, il Samaritano che ci dona non solo il perdona delle colpe, ma ci dona il respiro tutti i giorni per poter continuare la nostra esistenza. Il viatico è Lui. E allora veniamo a questa pagina del dottore della legge: “Chi è il mio prossimo?”. Secondo la mentalità corrente, prossimo di un ebreo era l’ebreo; il prossimo è colui che ci è vicino per sangue, per cultura, per ideali, per legge. Il dottore voleva mettere in tentazione Gesù e Gesù capovolge il corso logico della risposta ovvia, perché prende come punto di partenza il ferito della strada. Infatti nel chiudere la parabola dice: “Chi è stato il prossimo di quell’uomo ferito?”.

Perciò per misurare il rapporto con gli altri, carissimi, non si può partire da noi stessi per dilatare al massimo la nostra comprensione, ma occorre partire dall’uomo nello stato di bisogno, di necessità; dall’uomo che grida e attende salvezza. Aver posto il baricentro dei rapporti tra l’uomo e l’uomo al di fuori dei quadri stabiliti costituisce una contestazione permanente di tutti i tentativi di fare delle nostre certezze morali e religiose una forma di appartenenza che alzi come una parete nei confronti di coloro che sono fuori e che attendono da noi un gesto di salvezza.

Questo filo conduttore, carissimi, permette di utilizzare questo brano per illuminare la condizione della fede nell’età della diaspora. La parola diaspora è presa dall’esperienza del popolo ebraico che solo per alcuni secoli riuscì ad essere un regno indipendente, ma poi è vissuto come nessun altro popolo (ancora oggi è così) in uno stato di dispersione, cioè di diaspora. Leggendo questo brano evangelico, mi viene il paragone spontaneo con la cristianità di oggi e mi sembra, purtroppo (anche se è duro doverlo dire), che la cristianità di oggi si stia come dissolvendo in diaspora. Oggi i cristiani non hanno più punti di riferimento tranquilli come quelli della tradizione. Voi li ricordate, del resto sopravvivono ancora oggi parzialmente. La coscienza oggi non ha più i maestri a disposizione, non ha più i prontuari dove tutto era descritto, la virtù e il peccato, fino all’ultima implicazione; non ha più i confessionali gremiti dove andare ad attingere i consigli nei momenti più preoccupanti. Del resto vi faccio solo una domanda: quanto tempo è passato da quando, per l’ultima volta, siete entrati in confessionale? Cercate di dare la risposta. C’è uno stato di abbandono, di permanente esilio: e questa è la diaspora del popolo di Dio.

Questa condizione è da ritenere patologica oppure risponde meglio allo spirito evangelico? La mia risposta non ha dubbi: questa è la condizione normale di oggi. Le altre forme di esperienza cristiana si sono contaminate integrando, alla riflessione di fede, anche l’orgoglio di razza, di patria, di cultura, fino al punto di rendere assolutamente incomprensibile ai popoli l’annuncio del Vangelo fattosi così omogeneo con lo spirito del dominio. Non dimentichiamo mai (e questa è la storia) che i popoli estranei alla cristianità hanno conosciuto il Vangelo in molti casi a fil di spada oppure in quelle forme di violenza che rientrano nella terribile epopea del colonialismo.

Oggi siamo in una fase di disgregazione ma non siamo pessimisti perché è così, lo vedete sempre di più specialmente nei giovani: se uno ha fede oggi l’ha per scelta non per eredità né per conformismo. La fede trae le sue origini da una scelta di libertà interiore oggi e sempre più sarà così domani. Essere seriamente credenti significherà essere seriamente anticonformisti, rompere con l’abitudine, con il costume corrente. Oggi la fede cristiana vive curiosamente nelle due condizioni opposte: da una parte essa si confonde col proseguimento del conformismo sociale, statisticamente è così (i cristiani sono ancora statisticamente soprattutto coloro che non vogliono cambiare il mondo, che vogliono conservare le buone tradizioni, senza andare per il sottile sulla qualità autentica di queste tradizioni); ma ci sono anche molti cristiani (speriamo di essere tra questi) che fanno della fede una scelta di rottura col sistema, con l’ambiente, perfino a volte con la tradizione. Gli uni e gli altri presumono di essere fedeli alla legge di Gesù Cristo e tuttavia la vivono storicamente in modo diametralmente opposto.

In questo momento di diaspora la fede diventa matura; un cristiano maturo non ha bisogno sempre di cercare il prete, non ha bisogno di cercare sempre la legge, di leggere sempre tutti i momenti i libri sacri, ma vive la fede in una specie di gioioso esilio. Dice Paolo “Non abbiamo qui la nostra città permanente”; non è questo mondo, che abbiamo sotto gli occhi, il mondo fatto per noi. La fede si rinvigorisce di una dimensione che ieri era poco diffusa: la dimensione della ricerca di un futuro diverso. Mentre la fede per lo più sembra obbedire a spinte retrospettive alla memoria del passato, qui adesso abbiamo il capovolgimento: la fede cerca una patria dell’uomo, di tutti gli uomini, e la cerca nel futuro. Il che vuol dire anche armarsi culturalmente, e dal punto di vista della pratica personale e collettiva, di strumenti per cambiare questo mondo, che è un mondo abitato da tribù feroci, una contro l’altra armata.

Carissimi, certo io mi sento più prossimo all’uomo della mia generazione che ha la mia cultura, i miei interessi, che ha letto i miei libri, i miei giornali; io ci sto bene, però non me ne faccio un vanto: è semplicemente un dato anteriore alla mia libertà. Quello che mi mette in crisi è l’incontro con colui che è ferito, cioè con colui che è in uno stato di necessità (pensate a quanti sono!). Io mi devo misurare con loro, devo essere il loro prossimo, con tutto quello che comporta. Mi viene da rimpiangere allora la società antica, anteriore alle grandi organizzazioni, in cui tutto si risolveva nel gesto privato verso il bisognoso. Io so che non è più possibile così’; andate all’ospedale e vi trovate di fronte ad una costruzione enorme, immensa! Del resto nella parabola c’è persino un adombramento della mediazione tra questo essere prossimo al bisognoso e la realtà. C’è l’indicazione, per esempio, dell’albergo, del pagamento del denaro all’albergatore, come a dire: la passione per l’uomo ferito ci deve portare ad usare anche tutte le strutture necessarie per liberarlo dalla sua condizione. L’universalità passa al concreto: il vangelo non è mai una esercitazione mistica su Dio: il Vangelo ha questa modestia del quotidiano, che è la sua proprietà straordinaria. Ci riconduce, dopo tutti i nostri discorsi, al concreto, al concretissimo che è l’uomo della strada. Tutto l’universo dei concetti, per una specie di improvvisa precipitazione chimica, si risolve nell’uomo concreto che langue in mezzo al sangue delle sue ferite. Questo capovolgimento è ciò che mi tormenta sempre.

E allora ricordiamoci sempre delle parole di Gesù: “Io vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni e gli altri come Io vi ho amato”. E così sia.

Don Enrico Vago