Svelando un segreto racchiuso nel mio stesso nome, vi invito a un viaggio tra le crepe della nostra umanità. È il passaggio dall'ansia di "farsi vedere" al coraggio di "lasciarsi guardare", per scoprire che la Bellezza non abita nell'assenza di ferite, ma nella luce che riesce a passare proprio attraverso di esse.
Viviamo in un’epoca che sembra aver eletto il palcoscenico a dimora abituale. Non importa se si tratti di un social network, di un ufficio o persino di un pulpito in chiesa: la pressione a performare, a dimostrare di essere all’altezza di un modello ideale, è diventata l'aria che respiriamo, e la Chiesa non ne è immune, anzi sembra oggi più esposta che mai.
Ma c'è un paradosso in questa sovraesposizione: sotto le luci dei riflettori, la nostra ombra — quella parte di noi fatta di fatiche, dubbi, incoerenze e fragilità — non scompare. Al contrario, si allunga a dismisura. Inutile nasconderlo, è sotto gli occhi di tutti proprio nelle cronache di questi giorni: quella parte di noi fatta di fatiche, dubbi, incoerenze e fragilità che non scompare vale anche per noi preti.
L’inganno del “farsi vedere”
L’ansia da prestazione nasce da una frattura interiore. Da una parte c’è l’immagine pubblica, lo “stato sovrano dell’io” che deve produrre risultati e non ammette cedimenti; dall’altra c’è la verità della nostra condizione umana, che è fatta di pause, di limiti e di silenzi.
Qui “la gente” o come ama dire qualche parroco “la nostra gente” può giocare un ruolo devastante con le sue attese, i suoi giudizi, le parole feroci o le troppe carezze che agiscono sul nostro “io”, sul nostro “ego” spesso portato a giganteggiare o per ruolo o per non soccombere di fronte alla evidente sconfitta della Chiesa nelle dinamiche del mondo.
Spesso proprio noi preti, cadiamo nell’errore di pensare che per essere amati o stimati dobbiamo “farci vedere”, ovvero gestire attivamente la nostra immagine e la nostra performance pastorale come un prodotto. «Siamo andati ad Assisi». «Ah bello! E quanti eravate?» come se il numero di pullman o di posti a sedere rimasti vuoti dicesse qualcosa di noi uomini-discepoli messi lì a governo di una barchetta tra le onde ed il vento contrari.
La gestione dell’immagine è una forma di controllo che ci isola
Più cerchiamo di scalare la vetta per diventare “numeri uno”, più ci sentiamo soli. Più abbandoniamo questa scalata e più soli restiamo davvero. Ci sono preti sciatti, svogliati, delusi, amareggiati… e questi, di sicuro non li vuole nessuno. Ma ci sono anche preti eroi senza paura, volitivi, combattivi, vincenti, sempre belli e luminosi, stirati ed inamidati, a volte nelle loro vesti talari profilate di colori diversi come le mostrine di un condottiero che ha già vinto grandi battaglie, sotto mitrie e pastorali per sembrare più alti ed importanti, o in abiti moderni da manager rampanti sicuri di sé e brillanti. A volte si propongono sui social come da nuovi pulpiti digitali dai quali misurare con precisione i like e le view. A volte aborrendoli nell’anticonformismo portato a bandiera per incorniciarsi in sontuose liturgie tra fumi e paramenti antichi e sacri.
Ma è sempre l’idea di vittoria che prevale! Darsi a tutti saltando pasti o ore di sonno, non trovare abbastanza spazio per il silenzio, per la meditazione, per la preghiera, per la preparazione minuziosa delle omelie o degli incontri, ma nemmeno per una bella passeggiata in montagna in un pomeriggio di sole, o seduti su una panchina a riposare lo sguardo su un lago lombardo. È sempre l’idea di vittoria che prevale. Anche vivendo da nababbi, professando povertà, ma girando con l’autista, attorniati da servi devoti, senza mai rifarsi il letto o lavando un pavimento, è sempre l’idea di vittoria che prevale.
Il risultato non cambia: in cima alle piramidi del successo non c’è spazio per l’incontro vero tra umanità ferite, ma solo per l’applauso o per il giudizio. Qui è da confessare serenamente la grande fatica a vivere la fraternità sacerdotale senza paura del confronto tra pari, senza temere il giudizio dell’altro anch’egli contratto nella stessa paura ad esporsi per non essere giudicato; così si finisce per lasciarsi andare a oziose questioni su questo e su quello, su come dovrebbe essere il mondo, o come vorremmo il Vescovo o il Vicario, sull’ultimo scandalo o critica al Papa… mai a parlare seriamente di noi… Oppure ci si rifugia nell’amarcord dei tempi del Seminario, con le sue bravate o le mitiche riletture di quel docente o quel superiore. Tutte banalità riempi tempo, pur di non parlare di noi.
Il coraggio di “lasciarsi guardare”
La vera rivoluzione interiore avviene quando passiamo dall’ansia del “farsi vedere” al coraggio di “lasciarsi guardare”. Farsi vedere è un’imposizione di forza vera o presunta. Lasciarsi guardare è un atto di fiducia che abbandona l’ansia del doversi difendere.
Significa permettere agli altri di incontrare ciò che siamo davvero, oltre il ruolo e oltre il personaggio. Quanti preti giocano un personaggio! E quante volte anche noi confratelli amiamo farglielo giocare!
«Hai sentito di don Pinco?» «Eh, sì! Che disastro. Ma me lo aspettavo: uno così dove vuoi che vada? Non poteva che finire così». Oppure: «Ho incontrato don Pallino!» «Ah sì, che grande uomo, davvero un ottimo prete. Meriterebbe lo facessero vescovo!». E l’uno e l’altro non sono più persone complesse nella complessità della storia, ma pupazzetti da maneggiare ancora una volta per sentirci qualcuno.
Qui la psicologia o si incontra col Vangelo o lo fa a pezzi. O si abbraccia la proposta di occupare l'ultimo posto che non è un invito alla svalutazione di sé, ma una strategia di liberazione, o la caduta dal pinnacolo del tempio è vicina.
L’ultimo posto è l’unico luogo dove non dobbiamo più difendere nulla, dove non c’è un'altezza da cui cadere, né una protervia da cui parlare. È il piano della Verità e della consapevolezza, dove il sé può finalmente raggiungerci in un io-integrato, perché non trova più maschere a sbarrargli la strada.
Verso un’armonia
Recuperare relazioni reali significa imparare a stare soli a soli con l’Essere, senza l'ansia di dover dimostrare qualcosa né a sé, né a Dio, né alla gente. Quando smettiamo di reagire alle provocazioni esterne o ai giudizi critici con la rabbia di chi deve difendere un simulacro, entriamo in una dimensione nuova.
Lavarsi dai panni sporchi degli inganni del successo non significa diventare perfetti. Significa, come suggerisce una felice intuizione poetica, smettere di aspirare a essere un uomo giusto, impeccabile e rigido, per riscoprirsi giustamente un uomo. Smettere di pensare o di aspirare ad essere l’uomo giusto al posto giusto, per essere giustamente un uomo in qualunque posto.
In questa fragilità riconosciuta e offerta abita il Kerygma, il centro luminoso del Vangelo di Gesù: la bellezza non è nell'assenza di crepe, ma nella luce che riesce a passare proprio attraverso ciascuna di esse. È questa l'azione teologica a cui siamo chiamati: testimoniare che la vita non è una gara di performance, ma un cammino di armonia che si snoda anche tra note stonate e tempi sbagliati, passi falsi e sentieri interrotti.
Se scrivo questo come confessioni di un prete, lo scrivo anche a voi laici perché diventiate coscienti non solo dei rischi mostruosi a cui noi siamo esposti anche grazie agli sgambetti che anche involontariamente ci fate, ma della grande responsabilità che potete avere nell’accompagnarci all’incontro con la nostra fragile umanità. Significa aiutarci a scendere dal trono e a risalire dalle buche. Significa metterci occhi negli occhi alla stessa postura di fratelli. Fin dai primi anni compresi alcuni rischi e cercai di evitarne altri; da lì venne il mio dire “fratello” “sorella” ad ogni adulto che incontravo. Molti amici anche oggi rivolgendosi a me non dicono «come sta don?», ma «ciao fratello, come va?»
Proprio quel parroco che dice “la nostra gente” avrà bisogno non solo di qualcuno che dica “il nostro parroco”, ma qualcuno che dica “Stefano, quell’uomo che come me, nei suoi quattro stracci, cerca Gesù”.
Non tutti son fiabe
È di questi giorni il fiume di chiacchiere e giudizi circa “la scelta” – titolo dell’ultimo libro – di Alberto Ravagnani che lascia il ministero per una nuova forma di vita solo immaginata e tutta da scrivere.
Oltre la narrazione rassicurante, la scelta di Alberto ci ricorda che la vocazione non è una trama lineare scritta da altri, ma un corpo vivo che lotta con la sua storia. Quando un confratello cambia strada, la tentazione è cercare la colpa, il colpevole o gridare al fallimento, come se si fosse rotta la magia di una fiaba perfetta. La fiaba perfetta però l’abbiamo inventata noi Chiesa: quando raccontiamo di gesti eroici, di personaggi mitici, di santi inarrivabili, di digiuni impossibili, di idoli sovrumani, di scelte per sempre, di sforzi indicibili. Lo vediamo quando le comunità parlano dei loro patroni, i movimenti dei loro fondatori, i gruppi dei loro leader.
Ma la fede, quella vera, non è un racconto fatato; è l'arena della libertà umana. Dovremmo, noi Chiesa, leggere di più la Bibbia quando parla dei suoi personaggi e della progenie di peccatori che da Adamo arriva a Gesù. Smettere di proclamare santi senza parlar mai di peccati. Questi li mettiamo sotto il tappeto come a nascondere una infamia, perché è di fama che siamo affamati. Anche la Chiesa ama la gloria, l’applauso, il successo, la vittoria. Ma io so che il Padre ama i suoi figli nella loro fragilità, non nonostante la loro fragilità.
Rispettare il cammino di Alberto non può essere un fatto isolato di un buon cuore che semplicemente smette di spargere chiacchiere su una vita, significa riconoscere che la verità è nuda, che la vita sacerdotale non è un'armatura magica che protegge da ogni dubbio, o uno sforzo di volontà che abbatte le mura di Gerico. Significa che il Kerygma resta, che anche quando il ministero cambia forma la ricerca della bellezza e di Dio non si fermano, si sposta semplicemente il punto prospettico su un altro piano di realtà, forse inattesa, forse sconosciuta, forse scomoda o sorprendente; ma il Kerygma resta, resta fisso come un faro che rompe la paura del buio. Significa credere fermamente che l’identità dell’uomo è dinamica e che Alberto, come tanti altri, come me e come dovrebbe fare ciascuno di noi, ci costringe a guardare le fatiche senza filtri, le immaturità senza dogmi, le impurità senza disprezzo, accettando che la Grazia operi proprio nelle nostre fratture, nelle nostre ossa rotte, nei lividi e non solo nelle conferme.
Mentre un mio compagno decantava infervorato la bellezza del diventare prete, il cardinal Martini, guardandolo bonario con i suoi occhi azzurri che ne avevano già viste tante, a confermare che nessuno può essere mai sicuro di niente e non deve proprio esserlo, gli disse: «la vita è lunga, aspetta e vedrai»
Accettare che non tutti son fiabe significa onorare la libertà di chi, faticosamente sceglie di abitare la propria verità fuori dai copioni prestabiliti, nella provvisorietà del pellegrino che non ha una casa per abitare, ma una strada.
Il presbiterato, come la vita, non è un incantesimo che annulla l'uomo, ma un cammino dove la bellezza si manifesta persino attraverso le fratture e i nuovi inizi. Il mio augurio è che ognuno di noi possa trovare il coraggio di scambiare la rassicurante fiaba del “per sempre” con una faticosa, ma autentica, storia di salvezza con tutta la sua bellezza fatta di polvere, di carezze, di risate sonore e piaghe dolorose.
In questo passaggio, il silenzio del giudizio non è assenza, ma la forma più alta di carità feconda. È l'attesa profetica che permette alla verità di decantare, lontano dal chiacchiericcio che vorrebbe ridurre una vita a un titolo di cronaca. Sostare in questo vuoto significa riconoscere che non tutti son fiabe dai contorni definiti, ma storie sacre che meritano il tempo del respiro e il pudore dello sguardo. Solo nel silenzio la frattura smette di essere scandalo e diventa, finalmente, un nuovo inizio vero che sa di Spirito d’amore del Padre che corre incontro anche al figlio più scellerato o ingenuo.
Vi svelo il trucco…
Allora, vi svelo che “non tutti son fiabe” è l’anagramma perfetto del mio nome e cognome; quello che non bara su nessuna lettera e conduce nel profondo la mia vita di uomo. Se la fiaba è un racconto rassicurante, dove la magia risolve ogni conflitto e il lieto fine è un obbligo narrativo, la vita reale — quella del mio cammino, del mio ministero, della mia fede e dei miei affetti — ci chiama a una fedeltà molto più cruda e luminosa alla realtà.
Siamo spesso tentati di trasformare la nostra esistenza in una fiaba per fuggire dalla fatica del discernimento. Ma la fede non è un incantesimo che ci sottrae alla storia; è la capacità di abitare le sue fratture. Riconoscere che non tutto è fiaba e non tutti son fiabe significa accettare che il dolore, il dubbio, il peccato e il cambiamento non sono “errori di trama” o “pasticci di montaggio”, ma il luogo esatto in cui il sé incontra l’io e, proprio lì, Dio ci viene incontro.
Così firmerò questo articolo: non come Stefano Buttinoni, ma come Non Tutti Son Fiabe.
Bibliografia:
Fra Andrea Palmentura, Di fronte all’ansia da performance (fonte Web 5 marzo 2026)
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Giustamente uomini: oltre la fiaba del sacerdozio perfetto - Versione PDF