La celebrazione della Festa della Repubblica di domani, 2 giugno 2026, si carica di una straordinaria e controversa densità simbolica, ecclesiale e politica. Per la prima volta nella storia repubblicana, l'Ordinariato militare per l'Italia ha disposto la partecipazione attiva e formale di un drappello di cappellani militari alla parata solenne lungo via dei Fori Imperiali a Roma.

La disposizione, firmata dal vicario generale monsignor Sergio Siddi, impone ai sacerdoti-soldato una divisa di rigore formata da veste talare con stellette dorate sul colletto, fascia, guanti neri e basco nero con il fregio della diocesi Castrense.

L'immagine recente dei cappellani militari che si preparano a marciare offre una testimonianza visiva di questa singolare e discussa commistione: sacerdoti appartenenti a Esercito, Marina e Aeronautica che sfilano con le rispettive uniformi di servizio, i colletti ecclesiastici irrigiditi sotto le giubbe militari, i copricapi d'ordinanza e le stole viola ricamate d'oro poggiate sulle spalle.

Questa scelta ha riacceso una polemica profonda all'interno della Chiesa italiana, sollevando la ferma protesta di movimenti nonviolenti come Pax Christi e sollevando interrogativi radicali sulla coerenza tra i simboli della forza militare e l'annuncio del Vangelo.

Mentre il mondo vive quella che è stata definita una terza guerra mondiale a pezzi e le spese per la difesa continuano a crescere vertiginosamente, l'esibizione dei ministri del culto inquadrati nelle logiche e nelle gerarchie della sfilata bellica appare a molti come una vistosa e dolorosa contraddizione.

La fessura legislativa: l'incastro tra carriera castrense e riforme statali

L'attuale inquadramento giuridico dei cappellani militari in Italia rivela un profondo e strutturale legame con l'apparato statale, regolato da fonti bilaterali concordatarie e leggi ordinarie dello Stato. Il cardine della disciplina vigente è rappresentato dalla Legge 22 aprile 2021, n.70, che ha ratificato lo Scambio di lettere tra la Repubblica italiana e la Santa Sede sull'assistenza spirituale alle Forze Armate, riformando ampiamente il Codice dell'ordinamento militare di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n.66.

L'ordinamento statuisce una rigida equiparazione gerarchica dei sacerdoti agli ufficiali militari: l'Ordinario militare assume il rango e il trattamento di generale di corpo d'armata, il vicario generale quello di generale di divisione, mentre i singoli cappellani avanzano nei gradi di secondo cappellano capo (tenente colonnello), primo cappellano capo (maggiore), cappellano capo (capitano) e cappellano addetto (tenente).

Sul piano disciplinare, il Decreto Ministeriale 31 agosto 2022, n.165, ha introdotto un apposito regolamento che sottrae parzialmente il cappellano al potere sanzionatorio del comandante militare dell'ente di servizio, riconducendo gli aspetti spirituali e disciplinari ordinari alla giurisdizione dell'Ordinario militare. Tuttavia, l'articolo 1555 del Codice stabilisce che i cappellani rimangono pienamente assoggettati alla giurisdizione penale militare e alle norme di disciplina nei casi di mobilitazione, di imbarco su navi da guerra o di servizio all'estero.

A consolidare ulteriormente questo sistema interviene un recente e cruciale sviluppo normativo, rappresentato dall'Accordo Emendativo firmato a Roma il 12 novembre 2024 e in Vaticano il 23 dicembre 2024, attualmente in fase di ratifica ed esecuzione parlamentare tramite il disegno di legge A.S. 1477.

Questo provvedimento modifica gli articoli 1549, 1559 e 1594 del Codice dell'ordinamento militare con l'esplicito obiettivo di ampliare il bacino di reclutamento dei sacerdoti da avviare alla carriera dell'assistenza spirituale nelle Forze Armate. La riforma introduce tre novità sostanziali: abbassa l'età minima per la nomina a cappellano di complemento da 28 a 25 anni; riduce il periodo di servizio continuativo richiesto per la stabilizzazione in servizio permanente da cinque a soli due anni; ed elimina i limiti massimi d'età precedentemente previsti per la nomina in servizio permanente.

Questo impianto legislativo mostra come, a fronte di un orientamento ecclesiale generale che invoca sobrietà e distanziamento dalle logiche belliche, lo Stato e la diocesi castrense abbiano strutturato una vera e propria carriera clericale militarizzata, garantita da percorsi preferenziali, gradi ufficiali e un costo complessivo per le casse pubbliche che supera i dieci milioni di euro all'anno.

Il Magistero del disarmo: papa Leone XIV e la nota Pastorale della CEI

La sfilata in divisa dei cappellani militari si scontra con il recente sviluppo dottrinale e pastorale della Chiesa cattolica. Nel messaggio per la 59ª Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2026, intitolato “La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante”, papa Leone XIV ha tracciato le linee di una conversione culturale urgente e radicale.

Il Pontefice argomenta che la pace del Risorto non può essere confusa con la pace del mondo, fondata su equilibri geopolitici di forza o sulla deterrenza degli armamenti. Quella di Cristo è per sua natura una pace «disarmata e disarmante, umile e perseverante», che esige «l'audacia del disarmo» e rifiuta radicalmente la tentazione di appoggiarsi sulla potenza dei mezzi bellici o sulla legittimazione delle armi.

Questa prospettiva era già stata pienamente recepita dall'Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, svoltasi ad Assisi nel novembre 2025, la quale aveva approvato a larghissima maggioranza la nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” . Il documento esprime parole inedite e dirompenti proprio in merito alla presenza della Chiesa nelle Forze Armate, esortando a:

«prospettare diverse forme di presenza, meno direttamente legate a un'appartenenza alla struttura militare: esse consentirebbero maggior libertà nell'annuncio di pace specie in contesti critici».

I vescovi italiani, guidati dal cardinale Matteo Maria Zuppi, riconoscono apertamente che l'attuale inquadramento dei cappellani all'interno delle gerarchie militari limita la libertà di annuncio e ne compromette la credibilità evangelica.

A questa linea sinodale si contrappone la caparbia resistenza dell'attuale Ordinario militare, l'arcivescovo Gian Franco Saba, il quale ha apertamente contestato la prospettiva di smilitarizzazione sostenuta dalla CEI, difendendo vigorosamente l'uso delle uniformi e delle stellette e giungendo a definire queste ultime come «simboli di pace» (sic!).

Questo scontro interno evidenzia una profonda fessura teologica: da un lato, una gerarchia castrense decisa a mantenere privilegi economici, logistici e di rango in stretta simbiosi con il Ministero della Difesa; dall'altro, una comunità ecclesiale che, sulla spinta del Sinodo, chiede il ritorno a una presenza sobria, disarmata e libera da ogni onore temporale.

La memoria della coscienza: l'Obiezione di ieri come bussola per l’oggi

La ricerca di una presenza sacerdotale disarmata si connette strettamente alla storia dell'obiezione di coscienza, una scelta che ha profondamente segnato il cammino civile e spirituale dell'Italia repubblicana. Quando la leva militare era un obbligo di legge inderogabile, scegliere di non impugnare le armi significava esporsi alla condanna dei tribunali, al disprezzo sociale e alla reclusione nelle carceri militari.

La mia personale testimonianza, l’avevo formulata nella dichiarazione presentata al Ministero della Difesa nel giugno del 1988 a norma della legge 772 del 15 dicembre 1972, che mi ripropone nell’oggi un esempio di come l’obiezione di coscienza non fosse per me una fuga disimpegnata, ma un atto di altissima maturità civile e di fedeltà evangelica.

In quel documento ufficiale esprimevo la mia obiezione di coscienza partendo dalla certezza che l'essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, merita un rispetto assoluto della propria vita fisica, escludendo radicalmente il ricorso alla violenza nei rapporti umani (v.allegato). Richiamandomi all'invito di Cristo all'amore per i nemici e alla rinuncia volontaria della difesa violenta, da giovane obiettore nel 1988 scrivevo parole che risuonano oggi con immutata forza profetica:

«Cristo non ci proibì la difesa della persona o delle persone come difesa del bene supremo della vita, ma ci proibì alcuni metodi quali il ricorrere alla forza, o il restituire offesa per offesa... L'amatevi l'un l'altro è mezzo assai più efficace di ogni altro per difendere la vita in ogni situazione».

Questa obiezione si traduceva non nel rifiuto di servire la mia patria, il mio paese e suoi cittadini, ma nella volontà di servirla attraverso il Servizio Civile sostitutivo, dedicando interamente un periodo della mia vita all'assistenza dei più deboli come segno della reale possibilità di risolvere i conflitti in modo costruttivo e pacifico.

Il parallelismo tra questa mia vicenda personale che dal 6 luglio 1989 al 5 luglio 1990 mi portò a Tortona al servizio di due bambini con disabilità complessa e delle loro provate famiglie, si sintonizza in modo evidente con l'odierna richiesta di smilitarizzazione dei cappellani: in entrambi i casi, si rivendica che il servizio all'essere umano e l'annuncio della pace non possono servirsi degli strumenti della forza e dei gradi militari, ma devono fondarsi sulla gratuità, sulla solidarietà e sul disarmo personale.

La profezia radicale di don Lorenzo Milani e il rifiuto dell'obbedienza cieca

La riflessione sul rapporto tra fede, obbedienza militare e coscienza trova la sua espressione teologica più alta e dirompente nella figura e negli scritti del compianto don Lorenzo Milani, priore di Barbiana. Nel febbraio del 1965, davanti al provocatorio comunicato dei cappellani militari toscani in congedo che insultavano gli obiettori di coscienza definendoli vili e traditori della patria, don Milani scelse di rompere il silenzio, scrivendo una lettera aperta che costituisce una pietra miliare del pensiero nonviolento moderno.

La forza della teologia milaniana risiede nel capovolgimento del concetto tradizionale di obbedienza all'autorità costituita. Nella celebre memoria difensiva indirizzata ai magistrati romani, in seguito all'incriminazione per apologia di reato, il priore affermò categoricamente che:

«l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene fare scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto».

La demistificazione della guerra e del Concordato

Don Milani compie un'analisi storica implacabile, dimostrando come, nei cento anni precedenti, l'Esercito Italiano avesse compiuto quasi esclusivamente guerre di aggressione e di oppressione coloniale, sterminando popolazioni inermi e obbedendo a ordini ingiusti e delittuosi. L'unica guerra che il Priore riconosce come moralmente legittima — in quanto difesa e non offesa — è la guerra partigiana di liberazione, condotta da civili e disertori che avevano saputo obiettare all'autorità fascista, dimostrando che i veri difensori della dignità nazionale erano i ribelli e non i regolari obbedienti alla autoproclamata Repubblica di Salò del vergognoso Movimento Sociale Italiano.

Teologicamente, don Milani svela l'ipocrisia dei cappellani militari richiamando l'articolo 3 del Concordato del 1929. Egli fa notare come la stessa Chiesa cattolica avesse richiesto e ottenuto dallo Stato l'esenzione dal servizio militare per seminaristi e sacerdoti, riconoscendo implicitamente l'incompatibilità intrinseca tra il ministero dell'altare e l'uso delle armi.

Mentre lo Stato considerava l'attività militare come un dovere sacro, la Chiesa riteneva indecoroso per un prete imbracciare un’arma, sanzionando con la riduzione allo stato laicale chiunque disobbedisse a tale divieto. Risultava pertanto intollerabile che proprio quei sacerdoti inseriti nelle Forze Armate come cappellani insultassero come vili i giovani laici che sceglievano di pagare di persona per rimanere fedeli al principio di nonviolenza.

La ridefinizione evangelica di Patria

Il priore di Barbiana compie inoltre un'operazione teologica di sradicamento dell'idolo della nazione, opponendo al concetto di confine geografico la patria universale dei diseredati. Don Milani scrive che il cristiano non può dividere il mondo in italiani e stranieri, ma deve riconoscere come unici fratelli gli oppressi di ogni terra, considerando i privilegiati e gli oppressori come gli unici veri estranei.

In questa prospettiva, la presenza di preti con i gradi e le divise militari, profumatamente pagati dallo Stato e sotto l’egida del Governo Italiano non rappresenta un servizio pastorale pulito, ma rischia di tradursi in una cappellania di potere, volta a benedire la logica della forza e a rassicurare la coscienza dei soldati chiamati a compiere anche azioni distruttive di dubbia eticità morale. Il Priore di Barbiana oggi come ieri ammonisce che il dovere del sacerdote non è quello di addormentare la coscienza, di addomesticare i militari sotto il mantello dell'obbedienza, ma quello di educarli all'obiezione e al discernimento libero e personale tra bene e male.

L'utopia necessaria di un presbiterato disarmato

La sfida del Priore di Barbiana – che se non fosse morto prima della sentenza avrebbe certamente portato ad una condanna! – è stata raccolta da centinaia di migliaia di persone e di menti pensanti.

Voglio qui ricordare in primis padre Ernesto Balducci che con la sua eloquenza precisa e focosa aiutò tanti italiani cattolici e non ad una conversione radicale. La stessa Chiesa cattolica italiana dovette, sotto questa pressione, smettere definitivamente di trovare inconsistenti giustificazioni alla militarizzazione dei suoi preti.

Un vergognoso passo indietro

La sfilata dei cappellani militari programmata per la giornata di domani, 2 giugno 2026, rappresenta un momento di profonda riflessione per l'intera comunità civile ed ecclesiale. L'ostentazione della veste talare adornata di stellette, affiancata ai carri armati e alle armi da guerra lungo via dei Fori Imperiali, simboleggia un passato concordatario e confessionale che il Concilio Vaticano II e il cammino sinodale contemporaneo hanno il dovere di superare definitivamente.

La presenza della Chiesa nei contesti della fragilità umana, inclusa quella dei giovani che vivono l'esperienza militare, è un'occasione pastorale preziosa che non deve essere cancellata. Tuttavia, affinché questa presenza sia autenticamente evangelica, essa deve spogliarsi di ogni struttura di potere, di ogni equiparazione gerarchica ai gradi di ufficiale, di ogni stipendio statale e di ogni onorificenza civile di uno Stato che si definisce laico per poi cercare appoggi posticci sul Vangelo e sulla Chiesa quando gli fa comodo. Questo è davvero un vergognoso passo indietro.

Come auspicato dalle storiche battaglie di Pax Christi, dalle Comunità cristiane di Base e dalle indicazioni profetiche della stessa Conferenza Episcopale Italiana, è urgente giungere a una completa smilitarizzazione della figura del cappellano. I soldati non hanno bisogno di preti-ufficiali incorporati nella catena di comando e protetti dall'immunità delle stellette al soldo del Governo italiano, ma di semplici presbiteri, pastori disarmati e liberi che camminino con il solo abito della propria fede in Cristo morto sotto la violenza e la stupidità dell’uomo, ma risorto e vivo tra le ferite della follia della guerra, capaci di annunciare la pace di cui parla Gesù nel Vangelo senza compromessi con le abusate logiche della forza.

Solo attraverso questa radicale spoliazione, la Chiesa potrà ritrovare la credibilità della propria voce profetica, onorando la memoria di chi ha pagato di persona la disumanità della violenza e impugnando l'obiezione di coscienza, camminando con coraggio verso quella pace disarmata e disarmante che sola può salvare l'umanità dall'abisso della violenza.

dsb2026

 

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