La quarta domenica di Pasqua ambrosiana ci pone dinnanzi a un’immagine antica, quasi abusata, che rischia di scivolarci addosso come acqua sulla roccia: il Buon Pastore (Gv 10,11-18).

Ma se proviamo a spogliarla dalla crosta del devozionalismo infantile e la leggiamo con lo sguardo del credente maturo — dove il "divino" non è un ente seduto su un trono fanta-cosmico, ma la profondità stessa dell’Essere che pulsa in ogni fibra della realtà — allora nel testo divampa una luce nuova.

Ecco una rilettura che cerca il Kérygma non nell’iconografia abusata, ma nella carne e nella storia.

1. Il mercenario che è in noi

Gesù dice: "Il mercenario, che non è pastore... vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge".

Nell’ottica del credente maturato nella introspezione dei suoi tristi limiti, il mercenario è la nostra parte egoica, quella logica retributiva o transazionale che abita tutte le religioni. È l’idea di un Dio a cui si dà per avere, di una morale fatta per paura del castigo o per brama di ricompensa. Il mercenario scappa perché non ha un legame ontologico con la vita; la vede come sua proprietà o opportunità fugace, non come se stesso.

Il "Pastore Bello" (kalòs) non è "buono" in senso moralistico, ma bello perché armonico. Egli non possiede le pecore: egli è la loro stessa vita. Il lupo — il caos, il vuoto, la confusione disarmonica dei piani esistenziali — non può spaventare chi ha compreso che non c'è separazione tra chi cura e chi è curato. La “bellezza del pastore” risiede nel fatto che egli non agisce per dovere, ma per l'irresistibile spinta di quell’armonia cosmica che rende la vita meravigliosa: una vita che combatte per le sue creature.

2. "Offrire la vita": la kénosis come flusso di salvezza dell’Universo

"Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo".

Qui tocchiamo il cuore del mistero: la vita non è una sostanza che si accumula o si consuma, ma un flusso che si dona. L’atto di “dare la vita” non è un sacrificio cruento per placare un Padre irato che educa col bastone e col premio – visione che rifiutiamo radicalmente – ma è il movimento naturale dell'amore nella consapevolezza. Dare la vita, quindi, è uno stato di somma sapienza, di precisa intelligenza (sa leggere il reale nell’ottica giusta).

Offrire la vita significa abitare il limite, stare nella fragilità senza difese, sapendo che l'Essere non può morire e perciò “riprenderla” non è un trucco magico post-mortem, ma la consapevolezza che ogni volta che ci svuotiamo del nostro “io egoico-bellico” piccolo, ansioso e timoroso, la Vita con la V maiuscola riemerge più potente, più vasta, più autentica tra i rumori della vita reale.

3. "Ho altre pecore" è orizzonte che abbatte i recinti

"E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare".

Questa è la parola più profetica per noi oggi. Una spiritualità matura guarda oltre il recinto della dottrina, non per negarla, ma per trovarne il compimento nel respiro dell'umanità intera. Scopre, ad esempio risonanze e pertinenze con altre culture, religiosità e atteggiamenti spirituali perché propri dell’essere umano in quanto tale (espressione universale dell’Essere)

  • Per la Verità non c'è un “dentro” e un “fuori”.
  • Non c'è una verità calata dall'alto, fosse anche un pulpito autorevole, ma una Verità che emerge sincreticamente dal dialogo tra teologia, scienze umane, estro, arte e poesia.

Le “altre pecore” sono tutti gli infaticabili e umili cercatori di senso, anche i dubbiosi, sono coloro che trovano il sacro nel profumo di un caffè della mattina o nel silenzio della natura. Il Pastore Bello riconosce la sua voce in ogni eco ed anelito di pace e di giustizia. L’universo tende all'unità, non all'uniformità.

4. Una teologia che si evolve col tempo

Oggi, questa pagina di Giovanni ci urla che il tempo della sottomissione a un "padrone" celeste è finito. Siamo chiamati a una consapevolezza adulta ed universale.

Il Pastore non ci vuole pecorelle tonte, obbedienti e inconsapevoli, ma esseri che “ascoltano la sua voce”, ovvero che sintonizzano la propria capacità interiore su quella dell'Agape, dell’Amore per vero, per il bello, per il buono, per l’universale, per l’eterno. Il vero ministero, oggi come ieri, è quello di chi, di fronte agli attacchi e al chiacchiericcio del mondo, risponde con una "transazione incrociata" di dignità: non restituendo rabbia alla rabbia, ma elevando il confronto al piano della ricerca della Bellezza.

 

Invocazione di consapevolezza

O Vita Eterna che tutto avvolgi, che ti manifesti nel coraggio di chi resta quando il lupo della disperazione azzanna il cuore, insegnaci a non essere mercenari di noi stessi.

La nostra teologia non sia cenere di dogmi, ma fuoco che divampa tra i rumori della strada, dove la fragilità diventa maestra di tenerezza e l'obiezione di coscienza alla violenza diventa canto di pace che offre tutto alla vita.

Perché tutto è Uno, e in questa Unità riposa eternamente la nostra gioia.

 

 

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