VIII Domenica dopo Pentecoste
+ Lettura del Vangelo secondo Matteo 4,18-22
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, il Signore Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Per rileggere in modo proficuo questo passaggio evangelico, suggerisco di uscire dalle logiche abusate di un Gesù che sembra fare proseliti con dei super poteri occulti capaci di “affascinare” la gente.
Vorrei condurvi verso una profondità sublime nella quale l’uomo intuisce orizzonti di possibilità nuovi e comprende che li aveva sempre desiderati: quei discepoli si mettono di punto in bianco dietro a Gesù perché hanno scoperto che quel desiderio era da sempre in loro e non resterà impigliato nelle reti.
Gesù cammina lungo il “mare” di Galilea. L’evangelista non sta descrivendo un preciso luogo geografico, ma il mare della vita quotidiana e oltretutto una realtà umana e respinta dai dotti, sapienti e vanitosi Giudei di Gerusalemme. Incontra degli uomini intenti nel loro lavoro che pare non aver nulla di sacro e divino: “erano infatti pescatori”.
Il Maestro ‘atipico’ che cammina per la Galilea, anziché restare seduto nel tempio ad aspettare i devoti, scende nell’acqua del mare della vita e incontra gente semplice: hanno nomi e soprannomi, parentele ed esistenze ch’egli non giudica, ma accoglie e apre a nuove possibilità.
Il mare e le reti sono la ripetitività predeterminata
Il mare di Galilea, nella sua bellezza e rischiosità, raffigura il bacino dell'esistenza quotidiana, della lotta onesta per la sopravvivenza. Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni sono immersi in una struttura circolare: gettare le reti, raccogliere, riparare le reti, ricominciare. Ha la stessa durezza e circolarità narrate nel mito di Sisifo.
Vediamo qui descritta la condizione umana dominata dal determinismo biologico, ambientale e culturale. Le reti come condizionamenti, pattern ripetitivi, risposte automatiche – ognuno ha le sue – che usiamo per proteggerci e sopravvivere. La stessa barca e il padre Zebedeo sono la logica del passato, l'ordine sociale ed economico prestabilito che definisce l'identità della persona prima ancora che l'individuo possa sceglierla. Anzi, sei figlio di pescatore quindi sei e sarai pescatore. Qui c’è l’azienda di famiglia, quindi devi onorarla col tuo lavoro. Le reti che si rompono non lasciano passare alcuna speranza di cambiamento, anzi devono essere riparate e quelle maglie fitte devono resistere ad ogni sogno differente.
Quel «venite dietro a me» fa emergere la possibilità di una nuova consapevolezza di sé
Non sei solo un pescatore, puoi essere qualcos’altro: un pescatore di uomini, un benefattore dell’umanità. Mentre il pescatore vende il suo pescato per ricavarne un profitto utile a sé e al suo benessere, il pescatore di uomini – qualunque cosa voglia dire – apre alla possibilità di essere presenza buona per qualcuno.
Gesù non si presenta come un sovrano che esige vassallaggio, un guru che pretende sottomissione, ma indica un orizzonte di una possibilità nuova, un vettore di evoluzione e di unicità. Il suo «Venite dietro a me» è l'incontro con il Kérygma vissuto nella carne: l'annuncio che la vita non si esaurisce nella usata sopravvivenza biologica.
La “chiamata” non viene da fuori, dal cosmo, da una voce magica, ma emerge dal nucleo più profondo dell'Essere che si manifesta nella storia di una persona. È la voce della Consapevolezza che vibra e risuona nell'interiorità dei discepoli, riconoscendo in quel viandante la verità di se stessi.
La necessaria dose di "ragione esistenziale"
Spesso si è letta la reazione immediata dei discepoli (“ed essi subito lasciarono...”) come un atto di cieco fideismo, quasi un colpo di testa irrazionale. Al contrario, qui entra in gioco una profonda ragione esistenziale.
La ragione esistenziale cristica non è un calcolo utilitaristico o una logica formale; è la capacità umana di leggere la realtà, discernerne il valore e riconoscere ciò che è strutturalmente più grande. Lasciare la barca e il padre non è un atto di ribellione adolescenziale o di follia, ma una valutazione esatta. Di fronte all'evidenza di una proposta che amplifica l'orizzonte del significato umano, la cosa più razionale da fare è rompere gli indugi. L'immediatezza del “subito” indica che la ragione, quando è illuminata dall'intuizione profonda e profetica della Verità, non si perde nel labirinto delle scuse, delle paure e dei dubbi. Diventa azione lucida e determinata; certamente difficile da comunicare, da spiegare, ma libera anche dalla necessità di trovare approvazione negli altri.
Si legga qui anche quell’altro episodio nel quale Gesù, trovandosi davanti al giovane che chiede di andare prima a salutare suo padre, a cercare approvazione dai saggi di casa o il permesso del genitore, dice: «lascia che i morti seppelliscano i morti».
“Pescatori di uomini”: estrarre dall'inconscio
Allontaniamoci dalla metafora classica che viene spesso ridotta al proselitismo dell’andare a fare nuovi adepti. Nella mia rilettura, “pescare gli uomini” assume un significato terapeutico ed evolutivo radicale. Come mi suggerì una bambina anni fa, pescare uomini è tendere la mano a chi sta annegando, portare in salvo coloro che stanno soccombendo a quel mare della vita che sommerge e uccide. Questo salva chi sta annegando, ma salva anche il salvatore che scopre la sua nuova identità di servo-amico che serve davvero perché serve gli amici, li salva salvandosi.
Il mare, anche nella simbologia più universale, rappresenta proprio l'inconscio, il luogo delle correnti oscure, delle paure primordiali e della confusione. Essere pescatori di uomini significa trarre l'umano fuori dall'oscurità dell'inconsapevolezza, portarlo in superficie, farlo respirare alla luce della scoperta e della relazione autentica. Significa tessere reti non più per imprigionare o per scopi di puro profitto, ma per creare connessioni, legami di solidarietà, armonia e riconoscimento reciproco.
Sintesi
Questo Vangelo, letto con gli occhi della ragione e della antropologia della profondità, smette di essere il racconto devoto di una vocazione ecclesiastica e diventa il manifesto di ogni autentico cammino di liberazione dove riparare le reti viene sostituito dal lasciarle. La ragione ci serve così a capire quando una struttura (mentale, relazionale, comunitaria, sociale, culturale, lavorativa) è diventata una prigione che serve solo a se stessa.
Significa che la Verità emerge dal basso: il divino di noi è in noi e non cala dall'alto di un pulpito metafisico, non ipnotizza la gente nel nome di una fideistica adesione al dogma, non si adegua ad una autorità esterna per quanto dipinta come necessaria e vincolante, ma cammina sulla riva del nostro mare quotidiano, tra i profumi del pesce e il rumore del lavoro, e lì apre ad orizzonti nuovi e liberanti.
Certamente l'evoluzione ha un costo, ma onorare il passato – il padre Zebedeo – non significa rimanere immobilizzati nella sua barca, legati all’àncora che giace sul fondale. La vera fedeltà alla vita consiste nell'avere il coraggio razionale di evolvere, portando la storia verso il suo compimento più bello e profetico.
La Verità vi farà liberi e in Gesù è possibile.
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