La Quaresima non è un tempo di privazione, ma un laboratorio di umanizzazione. Iniziare questo cammino significa accendere la luce dell’attenzione per riconoscere che la meta — quella pienezza che chiamiamo Risurrezione — non è un evento confinato nel futuro, ma una sorgente di vita che scorre già nel nostro presente
Quaresima con il passo giusto
L'ingresso nel tempo di Quaresima, secondo la luminosa e antica tradizione del rito ambrosiano, non si apre sotto il segno della cenere e del lutto, ma con un invito solenne alla gioia e alla consapevolezza. Questo inizio, storicamente, vedeva l'uso del colore bianco e il canto festoso dell'ultimo Alleluia che attenderà di risuonare fino alla grande veglia di risurrezione.
Anticamente denominata Dominica in Capite Quadragesimae, questa giornata era celebrata con il colore bianco, il canto del Gloria e dell'Alleluia, a testimonianza di un inizio solenne che guarda già alla mèta pasquale. Sebbene le riforme successive abbiano introdotto il colore morello (viola-marrone scuro) e omesso il Gloria, la liturgia odierna conserva tracce fossili spirituali di straordinaria potenza, come il responsorio dei primi Vespri, che trabocca di Alleluia. Questa scelta liturgica non è un semplice vezzo storico, ma racchiude un'indicazione esistenziale profonda: il cammino di consapevolezza deve iniziare con il "piede giusto", ovvero con la letizia di chi sa che il deserto non è una condanna, ma un’opportunità di libertà. Il riferimento evangelico sotteso è il monito di Gesù a non assumere un’aria malinconica durante il digiuno, ma a profumarsi la testa e lavarsi il volto [Mt 6,17], sottolineando che la ricerca della verità interiore deve essere circondata da bellezza e dignità.
Tutto suggerisce che il cammino verso la pienezza non è una marcia forzata nel dolore, ma un laboratorio di umanizzazione vòlto a risvegliare l'essere dal sonno dell'abitudine. La mèta del percorso, la Risurrezione, non va attesa come un evento confinato nel futuro o oltre la soglia del tempo, ma come la fioritura di una presenza che riconosce l'unità profonda tra l'umano, il cosmo e il Mistero che tutto sostiene.
Il segreto per entrare con il piede giusto in questo cammino risiede proprio nel comprendere la natura della letizia quaresimale: essa è la gioia di chi decide di ripulire una sorgente ostruita dai detriti per vederla fluire di nuovo limpida. La liturgia ambrosiana ci esorta a iniziare questi giorni con volenterosa letizia, una postura interiore che non maschera la fatica, ma la trasforma in energia vitale. Il richiamo evangelico a profumarsi la testa e lavarsi il volto durante il digiuno diventa allora la metafora di un'attenzione che si sposta dalle forme esteriori alla verità interiore, preparando lo spazio per una novità di vita che è, essenzialmente, un risveglio della coscienza.
Il vero digiuno
La prima tappa di questo risveglio ci viene indicata dal profeta Isaia, che demistifica ogni forma di spiritualità ridotta a rumore o rito fine a se stesso. Il vero digiuno, quello capace di far sorgere la luce come l'aurora, non consiste nel piegare il capo come un giunco in segno di falsa umiltà, ma nell'agire consapevolmente per sciogliere le catene dell'ingiustizia e dividere il pane con l'affamato. In questa prospettiva, la cura verso l'altro non è un semplice dovere morale, ma il riconoscimento che l'altro è la nostra stessa carne: un atto di guarigione dalla scissione egoistica che ci fa percepire separati dal Tutto. Quando la relazione con il mondo diventa giusta e compassionevole, la ferita interiore si rimargina spontaneamente e l'esistenza fiorisce come un giardino irrigato.
Guarigione e orizzonte del cammino
Questo processo di guarigione richiede tuttavia il coraggio di attraversare il proprio deserto interiore, lo spazio della nudità dove le strutture illusorie dell'io vengono messe a nudo. Le tentazioni che Gesù affronta nel deserto sono gli archetipi delle sfide che ogni coscienza incontra nel suo cammino di maturazione. La pretesa di trasformare le pietre in pane riflette la tendenza dell'ego a cercare la felicità esclusivamente nel soddisfacimento dei bisogni materiali, dimenticando che l'essere umano si nutre soprattutto di senso e di parola. La sfida a gettarsi dal tempio rivela il narcisismo che vorrebbe strumentalizzare la vita per ottenere conferme magiche o privilegi personali, mentre l'offerta dei regni del mondo smaschera l'idolatria del potere e della volontà di potenza. Vincere queste tentazioni significa ricentrare l'esistenza sulla verticalità dell'Essere, passando dal desiderio di possesso alla gioia del servizio.
In questo cammino di ri-umanizzazione, la riconciliazione di cui parla san Paolo diventa il recupero dell'unità perduta. La seconda lettera ai Corinzi (2Cor 5,18–6,2) introduce il concetto fondamentale di riconciliazione. Spesso superficialmente intesa come un atto di pacificazione tra un'umanità colpevole e un Dio offeso, ad una lettura più incentrata sulla consapevolezza la riconciliazione è la guarigione dalla scissione interiore. Essere riconciliati significa dismettere la propria natura profonda che distorce il fluire della Vita. Paolo afferma che "era Dio che riconciliava a sé il mondo in Cristo". Cristo non è qui un intermediario esterno, ma simbolo e sacramento dell'umanità che ha realizzato la sua unità con la Sorgente. In lui, il muro della separazione è caduto. Il ministero della riconciliazione affidato a noi tutti e in modo sacramentale a noi presbiteri [anziani] esperti di misericordia è l'impegno a testimoniare che non siamo più stranieri l'uno all'altro né al Mistero che ci abita.
Non si tratta, quindi, di placare un principio divino esterno indagatore e punitore, ma di non smettere di combattere contro la propria natura profonda quando distorce, adultera la visione del reale. Ecco ora il momento favorevole è l'appello a vivere nell'eterno presente, dove la salvezza non è un premio futuro, ma la qualità di una vita illuminata che accoglie la Grazia — ovvero la luce della coscienza — qui ed ora. Il pane che sostiene questo faticoso cammino del bene è la Verità stessa, che nutre l'intelligenza e affina i sensi interiori, permettendo di udire, nel silenzio del deserto, la voce sottile del Maestro, del Mistero.
La mèta è la Risurrezione
Il Prefazio della liturgia ambrosiana, infatti, eleva un inno di ringraziamento in cui Cristo è riconosciuto come la "Parola che ha creato ogni cosa" e il "pane vivo e vero che ci sostenta nel faticoso cammino del bene". Qui il pane è l'alimento eucaristico per eccellenza come Verità stessa che nutre l'intelligenza e il cuore.
Il riferimento a Mosè che digiuna quaranta giorni per ricevere la legge sottolinea che l'astensione dal cibo materiale serve a "meglio assaporarne la soavità" nella Parola. Il digiuno è riletto dunque, non come sacrificio per essere ben accetti all’idolo, ma come pratica di affinamento dei sensi interiori: rinunciando ai rumori esterni e alle gratificazioni immediate l'uomo diventa capace di udire, di vedere, di assaporare, di toccare, di profumare la vita. Questo pane "lassù ci sazierà della sua sostanza nell'eternità beata", ma "quaggiù" è già presente come luce dello Spirito che discende in noi. E qual è la mèta, lo scopo?
Se la morte di cui parla la Quaresima è prima di tutto la morte dell'ego separato, di quell'"antico uomo" schiavo del peccato e della paura, quando questo io limitato muore, l'individuo non svanisce nel nulla, ma si scopre essere più di sé stesso. La vita eterna, allora, non è una durata infinita nel tempo, ma una qualità dell'Essere che è fuori dal tempo. Risorgere significa arrivare vivi alla morte, ovvero giungere al termine della parabola biologica con una coscienza così dilatata e unificata che il passaggio finale non è più percepito come una fine, ma come un'espansione definitiva nel Tutto.
Al termine di questi quaranta giorni – o meglio dovremmo dire il fine di questi quaranta giorni – la mèta è la Risurrezione: aurora di una consapevolezza che ha finalmente vinto l'identificazione con il piccolo io limitato, rattrappito, arrogante e timoroso, per ricomprendersi parte nel Tutto. Risorgere significa scoprire che la vita non muore, perché essa è l'essenza stessa della nostra identità più vera, una pienezza che abbraccia tutto e non teme alcun confine. La vita, espressione vitale della Ruah di Dio, del suo soffio vitale, sarà ricordato nel meraviglioso canto del Preconio che è irruzione musicale nel silenzio della Quaresima: pura poesia! La gioia della Pasqua è dunque la gioia di arrivare vivi al cuore della vita, pronti a essere, in ogni istante, testimoni di quella luce che splende nelle tenebre e che nessuna ombra potrà mai spegnere.
#dsb2026

Quaresima con il passo giusto